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Recensione: Soundgarden – King Animal

18 novembre 2012 | fernanda nessun commento stampa stampa
 

Era il 1997 quando i Soundgarden scrivevano la parola “fine” alla loro vita in comune. Grazie a tutti, ma non siamo più una band. Divorati dal successo e dai demoni personali, maledizione di tante rock star. Un divorzio consensuale cui i fan hanno fatto fatica a rassegnarsi, sperando sempre che prima o poi cambiassero idea. Sono stati accontentati nel 2010, con la reunion che ha portato alla nascita di “King Animal”. Album dalla gestazione lunga, dovuta ai molteplici impegni di Cornell e soci, ma il risultato non lascia insoddisfatti.

I mea culpa, per cominciare. “Been Away Too Long”, classico singolone che cattura al primo ascolto, sembra voler dire: ci dispiace, avete ragione, siamo stati via per un po’. Vi siamo mancati? Si? Bene! No? Fa lo stesso, tanto siamo di nuovo qui che voi vogliate o meno. Ci prova Chris a cospargersi il capo di cenere, cantando: No one knows me, No one saves me, No one loves or hates me, I’ve been away for too long, con risultati tutto sommato discreti anche se non eccezionali.

Scuse accettate e pace fatta, si comincia a carburare sul serio. C’è molto del passato dei Soundgarden, nel disco numero sei della loro lunga e travagliata carriera: il basso mutante di Shepherd in “By Crooked Steps”e i riff pesanti come un macigno di una “Blood On The Valley Floor” dal mood oscuro e limaccioso come ai bei tempi, gli acuti da ricovero (“Non State Actor” e “Worse Dreams”), l’interessante linea vocale nel ritornello di “Eyelid’s Mouth”. “Black Saturday” è la “Like Suicide” del nuovo millennio, post-Lehmann Brothers e post crisi, più matura e disillusa ma altrettanto graffiante mentre “Rowing”, coi suoi cinque minuti d’incedere lento e dannato che ne fanno praticamente una “Toy Box” un po’ ripulita e con un tocco di blues, dimostra ancora una volta quanto i Black Sabbath abbiano influenzato il quartetto di Seattle.

«Siamo stati via troppo a lungo sia un perfetto biglietto da visita per una band che in effetti torna con un disco di brani mai sentiti dopo anni di stop». A parlare è il cantante e principale autore del quartetto, Chris Cornell. A proposito del nuovo album e del processo di lavorazione che li ha visti tutti coinvolti, Chris Cornell, frontman della band, ha dichiarato: “Non so bene come poterlo descrivere da un punto di vista musicale, perché è un disco tipico dei Soundgarden… ogni volta che scriviamo una canzone, la prendiamo esattamente per quella che è e cerchiamo di renderla la migliore possibile. E’ molto diverso, questo sì, posso dirlo”.
Stuzzica, il caro vecchio Chris si diverte a stuzzicare il suo pubblico, quello stesso pubblico che per più di quindici anni ha aspettato che lui e compagni si mettessero in studio a produrre qualcosa di nuovo. Adesso quel nuovo è arrivato, ma il sound è rimasto il loro tipico. Finalmente possiamo dirlo: buon ascolto.

Certo anni di separazione non sono passati invano e qua e là Cornell sale in cattedra, facendo tesoro della sua esperienza negli Audioslave (“Bones Of Birds”) e da solista (“Taree” e l’acustica “Halfway There”, che riprende dove “Down On The Upside” aveva lasciato). Capitolo novità: “A Thousand Days Before”, che flirta con i sapori orientaleggianti dell’India e in cui si sente forte e chiaro lo zampone del buon Thayil e “Attrition”, fulmineo assalto sonoro tutto ritmo che sembra nato da una jam, con Matt Cameron che si mette al volante, fa bella mostra di sé e pare avere mille braccia.

“King Animal” è il primo passo di un nuovo inizio per Chris, Kim, Ben e Matt, che ne escono con la reputazione intatta. Macchina da guerra erano allora e macchina da guerra sono ancora oggi. Molte di queste canzoni si inseriranno perfettamente nei live, affiancando i grandi classici senza sfigurare. Che piaccia o meno, i Soundgarden sono tornati ed è come se non se ne fossero mai andati.

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