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Una grottesca inversione della realtà

22 novembre 2012 | ciroma 1 commento stampa stampa
 

Dal modo in cui i politici e i media occidentali hanno pontificato sull’assalto di Israele a Gaza, si potrebbe pensare che Israele si trovava di fronte a una ingiustificata operazione offensiva da parte di una ben armata potenza straniera.
Israele ha ogni “diritto di difendersi”, Barack Obama ha dichiarato. “Nessun paese del mondo avrebbe tollerato un attacco esterno di missili che piovono sui suoi cittadini”.
A queste affermazioni fa eco il ministro degli esteri britannico, William Hague, dichiarando Hamas il “responsabile principale” del bombardamento di Israele da quella prigione a cielo aperto che è la Striscia di Gaza. Non dissimile l’atteggiamento dei media occidentali che pedantemente ripetono le affermazione di Israele secondo cui l’ attacco è una rappresaglia contro i razzi di Hamas. Persino la BBC si piega alla retorica del conflitto di “odi antichi”.

In realtà, volendo esaminare la sequenza di eventi succedutisi negli ultimi mesi, è ben evidente il ruolo che Israele ha giocato nella escalation militare. Già in Ottobre si registravano un attacco di Israele contro una fabbrica di armi a Khartoum (presunta fornitrice di armi ad Hamas) e l’omicidio mirato di 15 combattenti palestinesi. Nei primi giorni di Novembre è un 17enne disabile palestinese ad essere colpito a morte e, poco dopo, è un ragazzo di 13 anni a cadere a causa di un’incursione israeliana. Infine, Mercoledì scorso, l’assassinio del comandante di Hamas Ahmed Jabari, proprio nel corso dei negoziati per un tregua temporanea.

Il primo ministro israeliano, Benjamin Netanyahu, ha le sue ragioni per scatenare un nuovo ciclo di sangue: l’imminenza delle elezioni israeliane (gli attacchi militari contro i palestinesi hanno un certo effetto nei sondaggi pre-elettorali), la necessità di mettere alla prova la leadership dei Fratelli Musulmani e del nuovo presidente, Mohamed Morsi in Egitto; last but not least, fare pressione su Hamas, distruggere gli eventuali depositi di razzi prima di qualsiasi confronto con l’Iran, e testare il nuovo Iron Dome israeliano(sistema anti-missile).

Così, dopo gli ultimi sei giorni di attacchi da parte della quarta potenza militare su uno dei territori più offesi e sovraffollati, il bilancio delle vittime è 130 palestinesi – la metà dei quali civili – e cinque israeliani. L’obiettivo, secondo ministro degli Interni israeliano Eli Yeshai, era “inviare Gaza al medioevo”.

Certamente lo spargimento di sangue non è paragonabile a quello di Piombo Fuso (2008-9), operazione militare che ha lasciato 1.400 palestinesi morti in tre settimane.
Ma il punto non è la conta delle vittime da una parte e dall’altra. Il problema non è solo chi ha iniziato, da dove è partita l’escalation, o l’ennesima, stridente “sproporzione” di un altro attacco militare israeliano (si tenga presente che, senza contare questa ultima esplosione di violenza, 314 palestinesi sono stati uccisi dal 2009, contro 20 israeliani).

La questione cruciale è il rappresentare Israele come vittima e anteporre a qualsiasi analisi la sua eccezionalità e il diritto di “difendersi” dagli attacchi al “fuori dei suoi confini”. Ciò produce e alimenta una grottesca inversione della realtà.
E’ Israele, infatti, che occupa illegalmente la Cisgiordania e la Striscia di Gaza da più di 40 anni. Tale occupazione viene perpetrata  ai danni di una popolazione che già una volta è stata costretta a scappare (dai quei territori, cioè, che dal 1948 costituiscono lo stato d’Israele).
E anche se nel 2005 vi fu un ritiro unilaterale di Israele, la Striscia di Gaza resta una zona occupata, sia effettivamente sia giuridicamente – lo ricordano gli atti delle Nazioni Unite.
Israele mantiene un controllo di fatto del territorio di Gaza: delle sue acque, delle risorse naturali, dello spazio aereo, persino della fornitura di alimenti e delle telecomunicazioni. Da quando Hamas è stato eletto nel 2006-7, ha imposto un blocco soffocante alla Striscia di Gaza, impedendo la circolazione delle persone, dei materiali e delle forniture alimentari dentro e fuori dal territorio – si pensi al calcolo delle 2279 calorie a persona per  mantenere gli abitanti di Gaza in un regime esemplare di “dieta”.
E continua a invadere la Striscia secondo la propria esclusiva volontà.

Per queste ragioni gli abitanti di Gaza sono un popolo sotto assedio e per queste ragioni hanno il diritto di resistere, anche attraverso la forza armata (benché ciò non significhi colpire civili). Per le stesse ragioni, invece, Israele è una potenza occupante e ha l’obbligo di ritirarsi.
E anche se vi fosse stato un reale ritiro nel 2005, gli abitanti di Gaza restano palestinesi. Il loro territorio fa parte di quel 22% di Palestina storica destinata a uno Stato palestinese che non può venire alla luce finchè Gaza, Cisgiordania e Gerusalemme est saranno occupate. I palestinesi dunque hanno il diritto di difendersi e di armarsi in tutta la loro terra, diritto che possono legittimamente esercitare o non esercitare (la legittimità del diritto non può dipendere dal suo esercizio).

In questo quadro non bisogna trascurare il ruolo degli Stati Uniti, della Gran Bretagna e degli altri poteri della finanza europea, i quali non hanno esitato ad appoggiare tanto l’occupazione di Israele quanto l’assedio di Gaza. Non è casuale la censura nei confronti dei palestinesi rispetto alla possibilità di ottenere le armi che permetterebbe loro di proteggersi contro le forze militari israeliane; non c’è da stupirsi, naturalmente. Quelle potenze che negli ultimi dieci anni hanno invaso e occupato il mondo arabo e musulmano non possono non riconoscere a Israele lo stesso atteggiamento, peraltro “sull’uscio di casa”.

Non saranno certo i razzi palestinesi a sollevare il blocco di Israele, a smantellare gli insediamenti illegali o a forzare il suo ritiro da Cisgiordania e Gaza. Piuttosto è il sostegno incondizionato dell’America e dell’Occidente che dà l’impunità a Israele.
In ogni caso, la strategia del governo israeliano sembra aver fallito. Per la prima volta dall’inizio delle rivolte arabe, la causa della Palestina è di nuovo al centro della scena.

Incoraggiato dalla ventata di cambiamento e dal crescente sostegno in tutta la regione, Hamas ha anche riacquistato credibilità come forza di resistenza, forza che sembrava scomparsa nel 2009, e rafforzato la propria leadership contro quella sempre più screditata dell’Autorità Palestinese a Ramallah. Il dispiegamento di razzi a lungo raggio, tali da raggiungere Tel Aviv e Gerusalemme, modifica quello che è stata una condizione di deterrenza prevalentemente unilaterale.

Il processo di negoziazione in corso fino a Martedì, avrebbe dovuto affidare ad Hamas incarichi di polizia e di controllo sul territorio di Gaza. Inoltre avrebbe dovuto sollevare il blocco imposto alle merci e alle persone, con l’apertura del valico di Rafah verso l’Egitto.
Ma evidentemente ciò non rispondeva agli accordi che Israele avrebbe voluto sottoscrivere con Hamas. E, evidentemente ciò rischia di acuire  la divisione fra Gaza e West Bank .

Qualunque espediente per alleviare la sofferenza di una popolazione sotto i bombardamenti è benvenuto. Ma nessun cessate il fuoco può prevenire un altro scoppio di violenza. Tutto ciò che verrà concordato non finirà l’occupazione israeliana, la colonizzazione della terra e l’espropriazione dei palestinesi. Per fare ciò bisogna innanzitutto esigere un cambiamento di rotta da parte delle potenze occidentali. E, soprattutto, c’è bisogno di un cambiamento nel rapporto di forze sul campo.

Fonte The Guardian

Leggi anche: Il Ciromiggio a fianco del popolo palestinese

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