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Il tunisino più famoso d’Italia – Soca Beat intervista Karkadan

20 gennaio 2013 | francesco a.k.a. china nessun commento stampa stampa
 

Il nuovo lavoro che è soltanto un pre-disco, i luoghi comuni che tende a scardinare con un punto di vista critico e il suo pensiero  politico verso una Repubblica laica, aperta, democratica e divisa dall’Islam.
Karkadan, è un rapper tunisino ma trapiantato a Milano, legato ad un linguaggio in rime che sia libero e portatore di verità nascoste.

(L’intervista riportata di seguito, è una fedele trascrizione di quella audio che troverete alla fine. Ovviamente per ragioni di coerenza, abbiamo dovuto modificare leggermente le risposte. Scrivere non equivale a parlare.)

Zoufree, uscito da pochissimi giorni, è venuto alla luce dopo “Il Tunisino in ciabatte volume 2”, il rap è sempre stato un veicolo per comunicare i propri disagi e mettere a nudo pensieri ed emozioni. Mi racconti la gestazione di questo tuo nuovo album, cosa ci hai messo dentro?

“Zoufree è un “pre-disco” che apre ad un altro disco “ufficiale” che dovrebbe arrivare tra due mesi. Perciò Zoufree è solo un lavoro più “mischiato” dove trovi dalle sonorità club  alla west coast, ma anche altri stili. Invece  Arabic Alert sarà un disco più ricercato, più sperimentale. Zoufree è un lavoro che ho fatto quando ero agli arresti domiciliari. Grazie alla tecnologia siamo riusciti lo stesso ad andare avanti, nonostante il mio produttore sia di Roma (Karkadan vive a Milano ndr). Siamo riusciti ad andare avanti lo stesso, a fare le nostre cose, i nostri beat e tutto quanto. Nel disco hanno collaborato solo amici, nel senso che chi ha lavorato con me non era legato da un semplice rapporto di simpatia, magari con qualcuno che ho conosciuto per caso, ma si tratta di collaborazioni nate da amicizie. Il principio è: prima l’amicizia e poi la collaborazione. È stato prodotto da Young Lee Da Finest, che è il mio produttore attuale. Stiamo lavorando tanto insieme”.

Dal 2008, grazie al primo volume di Tounsi fi shlekka  ovvero “Tunisino in ciabatte” sei diventato il tunisino più famoso in Italia ma anche il più attaccato. Nei tuoi testi prendi di mira i tuoi connazionali che in Italia non se la passano bene ma che quando tornano nel proprio paese dipingono l’Italia un po’ come la terra promessa. Ci puoi descrivere questi luoghi comuni dal tuo punto di vista?

“Assolutamente, come hai notato non vengo subito apprezzato dai  miei connazionali e non solo per questa roba qui, c’è anche altro. Primo perché non descrivo l’Italia come la descrivono loro. Per loro sembra Little Italy, cosa che non è. In più amplificano determinati aspetti: qui (in Italia) vanno in giro da pezzenti, non sono integrati, non sanno parlare la lingua. Ma quando vanno giù (in Tunisia) addirittura parlano in italiano, questo mi fa ridere. Ma non vengo apprezzato anche perché “Karka è bravo ma non è un vero musulmano, perché non prega”. No, io credo a modo mio e prego a modo mio. Ci ho la barba ma non sono come voi, tutto qua”.

Una domanda sui linguaggi che usi per fare rap: le tue liriche si dividono tra titoli in inglese e parlato in arabo, francese e italiano. Perché fino ad ora hai deciso di mantenere queste divisioni linguistiche?

“Riguardo al francese, mi viene più semplice e anche più naturale, perché la nostra lingua è già francesizzata. Con la colonizzazione ci è rimasta questa cosa. Ti faccio un esempio, noi diciamo mezza parola in arabo e la chiudiamo in francese. E poi ci sono molti termini presi dal vostro vocabolario: per noi il termine “faccia” è “faccia” come in italiano, “razza” è “razza” anche in arabo. Secondo me questo è dovuto al fatto che l’Italia ha subito l’influenza dei Saraceni. Invece  riguardo all’inglese è perché ascolto il rap inglese, ma nelle mie parole c’è più slang jamaicano che inglese, perché ascolto più reggae e dancehall”.

Secondo te, cosa c’è di buono e di marcio nella scena rap italiana?

“C’è molto di buono che sta avendo riscontri, le cose marce però hanno una luce un po’ amplificata”.

Cosa pensi del processo di ricostruzione del Nord Africa dopo la primavera araba?

“Dopo la rivoluzione? È una merda, era meglio prima perché preferivo una dittatura senza barba che una dittatura con la barba. Almeno con quella barba non venivi chiamato “blasfemo” ma venivi chiamato “contro sistema”, adesso qualsiasi cosa fai sembra che non sei più musulmano. Colorano qualsiasi cosa con la religione, una cosa che mi sta veramente sul cazzo perché poi ci porta a dei tunnel troppo chiusi, bui e senza uscita”.

Credi che l’Islam debba restare fuori dalle nuove costituzioni degli Stati, oppure il processo di creazione non può prescindere dall’istituzione di uno Stato religioso?

“Sono per la divisione. Non dobbiamo mischiare la religione con le nostre cose quotidiane, perché non va bene. Penso che neanche Dio sia contento quando affidiamo qualsiasi cosa alla religione o agiamo in nome di Dio, anche se in maniera sbagliata. Voglio una repubblica laica, aperta e democratica, divisa dall’Islam. Perché lo dicono anche i tempi in cui viviamo: non possiamo seguire regole che sono nate migliaia di anni fa. Lo dice anche il Corano che ci dobbiamo accostare ai tempi”.

Si capisce che non sei un M.C. che fa le cose giusto per farle. In breve, qual è la tua filosofia di lavoro quando ti metti a fare rap e perché hai scelto di affidarti per i beat a Young Lee Da Finest?

“La mia filosofia è non fare mai contenti tutti, perché già quelli che piacciono un po’ a tutti a me non piacciono. Il mio percorso spero che rappresenti quello che ho già fatto. Se sei arrivato a farmi questa domanda significa che c’è già della gente che mi sta capendo, anche se non parlano la mia lingua. Il mio pensiero arriva comunque, io non sono legato solo al rap ma anche ad un pensiero libero, islamico, moderno e laico. Per il resto non lascio niente al caso, Young Lee l’ho seguito per due anni dopo che lui mi ha contattato. Ho visto cosa faceva, che “giri” aveva, perché per me non importa solo il talento ma anche quello che dici e che fai. E poi, piano piano, è nata anche l’amicizia ovvero il motivo principale che mi ha spinto a lavorare con lui. Il rap in altri paesi è fatto bene principalmente da stranieri, Young Lee era la persona giusta perché ha vissuto in Francia, in America e poi si è trasferito a Roma, perciò un po’ di suoni “arabi” a lui riescono molto bene. Dopo un po’ di tempo ci siamo trovati, abbiamo sposato le idee e adesso stiamo lavorando insieme”.

L’intervista audio, registrata domenica 13 gennaio e andata in onda all’interno di SocaBeat il 17 gennaio 2012.
ascolta:  

a cura di Francesco Cristiano e Valerio Panettieri

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