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Gli approfondimenti di VHS – Ma ‘ndo Weir, se i Tangerine non ce l’hai?

27 gennaio 2013 | ciroma nessun commento stampa stampa
 

Nell’immaginario comune il picnic è stato sempre associato a paesaggi bucolici, dolci declivi sui quali inscenare la farsa della benevolenza familiare o il trionfo dell’amore stucchevole. Peter Weir, regista australiano salito agli onori delle critiche per il suo commovente L’attimo fuggente e il profetico The Truman Show, nel 1975 sforna Picnic at Hanging Rock, una pellicola tanto surreale, quanto enigmatica, tanto fantasiosa, quanto crudele.

Siamo nel 1900, il giorno di San Valentino, in un college femminile australiano popolato da fanciulle represse, figlie di un’epoca vittoriana quasi al tramonto, un’epoca di stabilità economica, ma intrisa di contraddizioni sociali e culturali. L’autoritaria e sgradevole direttrice concede alle fanciulle una giornata di svago, un picnic ai piedi dell’imponente Hanging Rock, una rupe tristemente famosa perché abitata da velenosi serpenti e formiche mangia-uomini. Ingessate nei loro bianchi abiti, usciti fuori direttamente da un quadro impressionista, le giovani raggiungono il “luogo del delitto”. Una di loro, una Venere moderna (cit. Andrea Diprè), capeggia un manipolo di coraggiose che decide di inerpicarsi su per la roccia, voglioso di scoprire i segreti naturali che lo spaventoso ammasso pare conservare gelosamente. Due delle avventuriere non torneranno più e chi tornerà avrà l’aria spaesata di chi è stato rapito da una forza soprannaturale. Cose da Area 51, insomma.

Tutta la piccola cittadina si mette sulle tracce delle sventurate, forse più morbosamente interessata a risolvere il mistero della sparizione in sé che all’integrità delle fanciulle. Fatto sta che le poverine non si trovano. Una fotografia onirica e il suono persistente del flauto ci accompagnano per tutto questo strano film, dove realtà e sogno si confondono e ingannano lo spettatore stesso.

Come scrive quel bravo ragazzo di Zizek, veniamo trasportati “in una diversa Zona Temporale”, in un “mondo dopo il mondo” (cit. Mimì Clementi), dove la ricerca spasmodica della verità lascia il posto al godimento puro, all’abbandono mistico dei sensi, a una trance cosmica come quella che ci regala la Phaedra dei Tangerine Dream, così visionaria e così melodica, così straniante e così ammaliante, tanto che pare risucchiarci nel suo vortice elettronico, fatto di vuoti e pieni, di inquietanti stasi e improvvisi picchi sonori, che ci “uccide” a colpi di moog. Più simile alla vendicativa e sanguinolenta Phaedra di Seneca, che a quella di Euripide, la Phaedra dei Tangerine arde di desiderio, spinta come da una forza oscura che non riesce a dominare e che la porta al delirio. E allora, come non risentire, racchiusi negli avvolgenti effetti del mellotron, gli echi delle voci delle ragazze ancora prigioniere di Hanging Rock, come non riconoscere nel flauto di Peter Baumann, il suono magico che ci ha accompagnato per tutto il film?

Phaedra si muove su quella sottile linea bianca che separa la pulsione erotica da quella di morte, il desiderio dall’eterna maledizione.

Picnic at Hanging Rock o Mysterious Semblance at the Strand of Nightmares? - Peter Weir, 1975

Tangerine Dream - Phaedra

Giuseppe Bornino

Segui VHS, l’approfondimento cinematografico di Radio Ciroma, ogni Giovedì dalle 17.

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