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Minimal è meglio: dal piano-sequenza di Hitchcock al tintinnabuli di Arvo Pärt

18 febbraio 2013 | francesco a.k.a. china 1 commento stampa stampa
 

Metti una sera a cena, una corda alla marinara, un baule di quelli che non vedi l’ora di ereditare da qualche tuo lontano avo, mescola con un’abbondante quantità di tipi umani, aggiungi un pizzico di diavoleria, una scenografia ridotta all’osso e lascia riposare per un’oretta circa. Ne viene fuori quella saporita pietanza (da consumare fredda), censita nel ricettario di Suor Morandini sotto il nome di Nodo alla gola (in inglese suona semplicemente Rope, corda), capolavoro di Alfred Hitchcock del 1948, che volteggia con la leggerezza di una Carla Fracci tra i fili dell’alta tensione di un thriller psicologico, il pezzo di bravura e l’approccio minimalista di chi, con pochi elementi, mette in piedi una storia credibile e appassionante. Brandon e Philipp, due bei giovanotti impomatati dell’alta società, vengono sorpresi dall’occhio meccanico mentre “adulano” il collo del loro povero amico David maneggiando una grossa corda. Esaliamo anche noi, assieme a David, l’ultimo respiro, perché poi ci aspettano 70 minuti di piano-sequenza (in realtà si tratta di scene da 10 minuti – la durata di una bobina all’epoca – montate astutamente tra loro, nascondendo il tempo dello “stacco” con l’espediente di inquadrare, per un istante, il nero del baule o di una giacca). Brandon, altero e dotato di una diabolica ironia, rassicura Philipp, remissivo come un agnellino, e, con un sadismo da far invidia persino al celebre Marchese, non si accontenta di godere in solitudine del suo efferato e, apparentemente incomprensibile, gesto. E così, fresco come una rosa, organizza una sorta di banchetto funebre, con tanto di invitati, sul baule in cui, nel frattempo, ha riposto il caro David. La pièce teatrale inscenata da Brandon convince tutti i suoi ospiti-spettatori, tranne quel furbacchione di Rupert, antico istitutore dei due novelli killer, nonché spacciatore seriale di teorie sulla presunta legittimità e intrinseca “artisticità” dell’omicidio, quando a commetterlo è un individuo superiore ai danni di un anonimo esponente della massa informe.


[“James Stewart e l’arte dell’omicidio”]

Non che Rupert abbia tutti i torti, intendiamoci, perché ognuno di noi, almeno una volta nella vita, ha sognato di aprire bretonianamente il fuoco sulla folla inerme, nel nome del superman nietzscheano, che tanto, anche se glielo spieghi che non è proprio così, tutti immaginano come un Hulk con baffetti ben curati, pronto a stritolare i più deboli. Ma, come diceva mio nonno, se predichi il male, male ti torna, vero Rupert? E il modo che Hitchcock ha di raccontarlo è sublime, perché intriso di una semplicità, dovuta all’uso del piano-sequenza, che incanta, una semplicità che, i cineasti moderni, hanno dimenticato, abituati come sono a farcire piuttosto che a badare all’impasto. Una storia senza-tempo quella di Nodo alla gola, o, meglio, dove il tempo della storia si scontra con il non-tempo del carattere umano, proprio come nella musica del compositore estone Arvo Pärt, tutta incentrata sulla potenza, quasi sacrale, del suono “eterno” di una nota, di un battito, un accordo, una tonalità, una pausa. Tabula Rasa del 1984 è un tentativo, come il titolo stesso suggerisce, di ridurre ai minimi termini gli elementi della composizione musicale, una pacata isteria di violini melanconici, unita all’effetto straniante e rarefatto di un pianoforte “preparato” (per essere più chiari, un piano in cui ci hanno ficcato tra le corde oggetti vari per modificarne il timbro all’insaputa del suonatore stesso) e all’austera solennità di un’orchestra da camera. Pärt che, inizialmente, aveva condotto studi sull’atonalità e la dodecafonia, capisce che la strada da battere per innovare la musica è un’altra: trovare quel quasi invisibile punto di equilibrio tra monodia e polifonia, quell’accordo perfetto, quel piccolo insieme di tre note che “suona” proprio come una campana, e, da qui, il suo stile denominato “tintinnabuli” (per chi non ha fatto il classico, campana in latino si dice “tintinnabulum”). Un inno alla semplicità, alla profondità, al silenzio che si trasforma in musica, un invito a ritornare alle origini del suono: una scala, un arpeggio, un accordo ossessivamente ripetuto e il gioco è fatto. Dal misticismo sonoro dell’Unione Sovietica di Arvo Pärt al socialismo reale del compagno Toto Cutugno esibito sul palco “occupato” dell’Ariston il passo è “breve”. Meno male che, chi di dovere, ci ha riportati sulla retta via: “condurre un’esistenza di sforzi, tallonando la chimera di una melodia composita, gremita di arzigogoli rarissimi, che poi alla fine scopri, che ti mancava quella nota sola – o quella sola inquadratura – bellissima”.

Giuseppe Bornino

LINK UTILE:
www.facebook.com/pages/VHS-il-cinema-come-non-lavete-mai-sentito

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1 commento »

  • Verdun t譩chargement non de vapeur il 11 novembre 2014 alle 15:56 ha scritto:

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