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Da Duke Ellington alle fabbriche abbandonate

19 maggio 2013 | francesco a.k.a. china nessun commento stampa stampa
 

cover-junglistLa cultura musicale contemporanea, molto spesso contiene al suo interno una quantità esorbitante di analogie, interconnessioni e semplici coincidenze. La ritmica dei tamburi della Duke Ellington Orchestra, unita al suono esotico che ti portava dritto nel magma sonoro del continente africano, furono riassunti negli anni trenta con il termine jungle: lo chiamavano the jungle sound. Una coincidenza che fa sorridere, ma che preclude il fatto che ogni elemento decontestualizzato e immesso in una cultura di un’altra epoca, unita a nuovi elementi, darà alla luce un figlio.

Avete presente l’epoca dei sound jamaicani, dei toasters, degli anni ’70 che si consumavano fra la nascente reggae music, il messaggio di pace e il Rastafarianesimo? Il termine jungle, nella versione più vicina a noi, nasce proprio dal suono in levare e trova le radici nei bassi preponderanti del dub e negli sterminati parchi adibiti a dancefloor all’aperto.

Jungle nei primissimi anni ’90 di un’Inghilterra dominata dall’era di ballare nei campi, era come dire fanculo agli sbirri noi non abbiamo bisogno di voi, percorrendo il binario che ti faceva inalare le vibrazioni emanate dalla puntina di un giradischi, con un vocalist che ti incitava con l’incalzare del drop. Storicamente parlando, la jungle music è nata dopo la fine degli anni 80 dall’oldschool breakbeat, figlia dei rave party al di fuori di Londra. Con la repressione dei rave da una parte e la scissione di alcune crew dall’altra, il movimento si è spostato nei magazzini occupati delle fabbriche abbandonate, inaugurando una pratica diffusasi a macchia d’olio nel resto d’Europa. Sempre cronologicamente, dalla seconda metà degli anni ’90, l’avvento della drum’n'bass ha centrifugato la classe media, i bianchi e i club, iniziando così ad infiammare i dancefloor veri e propri.
Le connessioni con la jungle, la popolazione nera, le contaminazione hip hop visibili anche nei vocalist, hanno il peso di un macigno; la drum’n'bass invece divenne subito un qualcosa di più vario, di accettato da tutti e di contaminato da più flussi sonori ed aperture mentali.

Congo Natty a.k.a. Rebel Mc, uno dei produttori più importanti per lo sviluppo della jungle e sostenitore incallito della dottrina rastafariana, fu il primo ad usare un campione con al suo interno il termine originatorio: rebel got this chant alla the junglist.
Personaggi musicali di spicco della prima ondata jungle come Groove Connection e Kingsley Roast, collocano all’origine di questa parola pionieri come Soundman o Johhny Jungle. C’è da sottolineare però l’intento ingenuo di dar nome a qualcosa sentendo soltanto il proprio cuore e la propria passione: jungle divenne il richiamo della giungla, qualcosa che ricordasse le origini tribali, ritmate, original hardcore jungle.

 

Diverse tracce rappresentano quegli inizi in cui più che lodare la qualità e l’originalità compositiva, si veniva travolti da un’energia inaudita, un battito che dall’esterno ti travolgeva il petto e viceversa: International Affairs della Reinforced, 28 Gun Bad Boys di A Guy Called Gerald, Just For U London di Body Snatch, etc, etc, etc. Questi brani naturalmente non rappresentano gli esempi lampanti in assoluto del movimento jungle: tutto nacque in un contesto di continua collaborazione e miglioramento, dove ogni traccia serviva ad un altro produttore per spingersi oltre il limite, azionando il timer che avrebbe fatto detonare l’imminente scena verso il mainstream.

Francesco Cristiano

(tratto da Dolcevita,  Marzo/Aprile)

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