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99% contro il potere

3 giugno 2013 | ciroma 14 commenti stampa stampa
 

occupy_wall_street_mcmillanE’ la stessa Stephanie McMillan, disegnatrice e giornalista attivista, autrice della graphic novel “Occupy Wall Street – 99% contro il potere”, che appare in un suo disegno parlando di quella che ai suoi occhi appare come una protesta globale. Nella retrocopertina del libro uscito da poco tempo in Italia, edito da Becco Giallo, si trovano le parole di Vandana Shiva: “La graphic novel di Stephanie McMillan è come ossigeno per le nostre esistenze soffocate”. In effetti la mobilitazione supera ogni confine territoriale: Vandana Shiva, celebre attivista ed ambientalista indiana, ho avuto modo di ascoltarla più di un mese fa durante un’iniziativa di movimento organizzata in un’aula dell’Università della Calabria. “Occupy” è stato un movimento le cui formule retoriche come “Occupy” o “We are the 99%” hanno riscontrato un’eco notevole nelle mobilitazioni del mondo. Nel libro, uscito di recente in Italia, i disegni, intramezzati da alcuni interventi dell’autrice, riescono a ricostruire in maniera molto chiara le varie fasi ed i passaggi salienti del movimento americano. Si raccontano i primi tre mesi di vita di Occupy a partire dal settembre del 2011, ed emerge la descrizione di quello che è stato un processo costituente complesso, diversificato, partecipato, in maniera molto sentita ed autentica, questo perché chi racconta i fatti li ha vissuti direttamente con partecipazione e passione. Il libro da un’idea dell’esistenza e della consistenza, in termini di visione politica, della sinistra radicale di movimento presente degli Stati Uniti (di cui l’autrice fa parte), attraverso la voce di alcuni suoi esponenti, tra le voci di tanti attivisti ritratti dalla fumettista. Le città americane hanno vissuto una stagione di fervore negli ultimi mesi del 2011, in una mobilitazione costituitasi dal basso, di certo molto eterogenea e dai connotati in alcuni casi vaghi, contraddittori, ma che ha registrato momenti di conflittualità, come le occupazioni di spazi fisici nelle città (come quello di uno dei maggiori centri finanziari e del capitalismo del mondo, Wall Street appunto), le proteste dei portuali di Oakland o le lotte contro i pignoramenti delle case organizzati in tutto il paese. L’auspicio di Stephanie Mcmillan è quello di trasformarsi in un movimento apertamente anticapitalista. “Siamo caotici, deboli ed imprevedibili, è vero. Ma la cosa importante è che ci stiamo muovendo. Ci siamo risvegliati” afferma. Di seguito alcune domande a cui l’autrice di “Occupy Wall Street – 99% contro il potere” ha risposto.

1) Qual è la situazione del movimento “Occupy” attualmente negli Stati Uniti?  Qual è stata l’evoluzione del movimento a partire dal momento della sua nascita?

Solo un paio di mesi dopo l’inizio di Occupy, le forze dell’ordine federali, inclusi FBI ed il Dipartimento di Sicurezza Nazionale, hanno lavorato con i sindaci delle maggiori città al fine di coordinare la repressione della polizia e far in modo di chiudere i campi. Occupy non si è dissolta volontariamente, ma è stata schiacciata da una forza maggiore ed ostile. Questo è stato dovuto anche al fatto che Occupy è stato un movimento spontaneo e non organizzato. Alcuni degli attivisti hanno provato a riunirsi e portare avanti alcuni progetti organizzativi, come ad esempio la difesa delle vittime degli sfratti dalle loro abitazioni, fornendo la riduzione de debito, ed una risposta organizzata alla catastrofi, come ad esempio quando l’uragano Sandy ha colpito il nord-est del paese. Molti altri attivisti sono stati cooptati dal Partito Democratico. Alcuni degli elementi più radicali hanno provato ad organizzare uno sciopero generale durante il Primo Maggio seguente ad Occupy, che però è riuscito in maniera parziale. Certo con Occupy non è scoppiata la rivoluzione, ma molti attivisti continuano le loro battaglie a vario titolo. Continua ad aumentare una rabbia diffusa contro i crimini del sistema, e nessuno sa esattamente quale sarà la forma che prenderà la resistenza. Di certo i problemi sociali che hanno acceso Occupy non sono stati risolti e si stanno intensificando. La possibilità di altre rivolte quindi è concreta, non a caso lo Stato ne è consapevole ed infatti sta solidificando il proprio sistema di sorveglianza e l’apparato repressivo.

2) Nel tuo libro tu parli della necessità di creare un tipo di organizzazione apertamente anti-capitalista. Perché? Quanto anticapitalismo è stato rintracciabile nel movimento Occupy?

Se vogliamo cambiare la società, dobbiamo capire che cosa rende la nostra società quello che è, e come funziona. I vari problemi affrontati in Occupy – crisi economica, ecocidio, la guerra, l’oppressione, la disoccupazione – sono tutti causati da un sistema, il sistema capitalista. Se ci rivolgiamo ai vari problemi come distinti, senza collegarli alla loro causa principale, non possiamo sperare di risolvere nessuno di loro. Solo attraverso l’individuazione e la lotta contro la loro fonte comune, possiamo avere questa possibilità. Il capitalismo è un sistema intrinsecamente basato sullo sfruttamento, ecocida, espansionista. Credo, per dirla senza mezzi termini, che l’unica alternativa che può decisamente eliminare il capitalismo è la capacità da parte della classe lavoratrice di emanciparsi, per prendere il potere politico ed il controllo dei mezzi di produzione – ed eliminare il plusvalore (che è il modo attraverso cui si riproduce il capitale), sopprimendo il sistema salariale e di accumulazione privata. Solo attraverso questo processo siamo in grado di porre fine alle atrocità che il capitalismo genera intrinsecamente, e superare la divisione in classi sociali in generale.

3) Come affermi nel libro, tu fai parte di un’ organizzazione chiamata “One Struggle”. Quando e come è nata, quali sono i suoi obbiettivi?

One Struggle (Una battaglia) è nata e ri-nata. La prima volta, essa è iniziata durante il “US Hands Off the Haitian People Coalition”, un gruppo attivo negli anni novanta a Miami. Allora io ne ero un membro. Lavorammo per opporci all’intervento degli Stati Uniti in Haiti ed il rimpatrio forzato di persone in fuga dal regime di Cedras, e per costruire solidarietà con le lotte dei lavoratori, in particolare quelli delle fabbriche di abbigliamento. Dopo alcuni anni l’organizzazione ha ampliato la sua portata ed è diventato anti-imperialista in generale, cambiando il suo nome in One Struggle. Il gruppo si è disciolto alla fine degli anni novanta per varie cause. Nel 2010 alcuni tra i membri originari lo hanno rimesso in vita. Non è un’organizzazione rivoluzionaria, ma un’organizzazione di livello intermedio. Il suo obiettivo è quello di costruire un ampio, non settario, combattivo, movimento di massa anticapitalista ed antimperialista. Ad oggi abbiamo snodi dell’organizzazione a Fort Lauderdale, Miami e New York. Il nostro progetto include un giornale ed una rete, Rapide Response Network, che costruisce un supporto per le lotte dei lavoratori con i quali abbiamo stretto legami. Cerchiamo di spiegare come il capitalismo e l’imperialismo funzionano (ad esempio come funzionano le ONG come strumenti di dominazione). Il sito web è http://onestruggle.net/

4) Alcuni dei più noti fumettisti statiunitensi conosciuti dal pubblico italiano sono Charles Schulz e Matt Groening, entrambi, in maniera diversa, capaci di guardare in maniera approfondita verso la realtà. Cosa pensi di questi disegnatori? Pensi che I fumetti siano uno strumento utile per lanciare determinate messaggi? Quali sono i fumettisti che ti piacciono maggiormente e sono importanti per te?

Per anni da bambina sono stata ossessionata dai fumetti di Charles Schulz. Ho imparato a disegnare copiando Snoopy. Ho letto ogni libro dei Peanuts, ed ho imparato che la combinazione tra il potere delle parole e delle immagini può essere molto più convincente che lasciando questi elementi da soli. All’età di dieci anni ho deciso che anche io sarei diventata una fumettista. Anche per quanto riguarda Matt Groening, ho apprezzato il suo lavoro da quando iniziai a leggere “Life in Hell” nel Village Voice (settimanale di New York) nei primi anni ottanta. E’ stato uno dei primi a dare forma ai fumetti “alternativi”, popolari nei giornali alternativi, che mi hanno ispirato per lo sviluppo del mio fumetto che esce regolarmente, “Minimu Security”. Così entrambi questi artisti sono stati influenti per me. Ci sono vari fumetti apparsi negli Stati Uniti che fanno luce sulla realtà. Mi sono sempre piaciuti i fumetti con forti messaggi politici e sociali, piuttosto che i semplici fumetti che fanno gag o intrattenimento vuoto. Durante i miei anni di formazione ho letto la rivista “Mad Magazine”, “Love and rockets”, e “World War 3 illustrated”. Come attivista politica, mi sentivo legata ai temi ed ai personaggi che erano rappresentati, in maniera immediata e viscerale. Alcuni fumettisti contemporanei che pubblicano ed usano i loro lavoro per criticare il sistema sono Ted Rall, Matt Bors, Jen Sorensen, and Ruben Bolling. Li seguo regolarmente.

Mattia Gallo

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