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Colpo di stato di Egitto: un intervento rovinoso.

5 luglio 2013 | ciroma nessun commento stampa stampa
 

egitto(di Jonathan Steele, The Guardian, Mercoledì 3 Luglio 2013 21.50 CEST)

Che le azioni intraprese nelle ultime ventiquattro ore dall’esercito egiziano,  così come quelle nei due giorni precedenti,  ammontino a un colpo di stato militare su vasta scala è ancora da vedere. Ma ciò che è chiaro oltre ogni dubbio è che queste azioni conducono a un intervento rovinoso nella politica di un paese che aveva respirato l’aria della democrazia dopo molti anni.

L’esercito, che sembrava avesse battuto la ritirata (dalla politica) dopo la dipartita di Hosni Mubarak, nel febbraio 2011 ha fatto un passo indietro, ritornando in campo prima mediante un ultimatum che intìma un presidente legittimamente eletto di obbedire o di dare le dimissioni, per poi passare alla stesura di una tabella di marcia che depone il presidente in carica e sospende la Costituzione.

L’esercito mostra, così, di rifiutare quei risultati elettorali ampiamente riconosciuti, frutto di elezioni libere. E sfidare le leggi fondamentali del paese  è un passo che nessun esercito dovrebbe mai compiere. Il fatto che la mossa dell’ esercito sia stata accolta da molti dei rivoluzionari che per primi hanno avuto il coraggio di andare in piazza contro Mubarak nel 2011, è una chiosa disperata e dice molto sull’ ingenuità e la miopia politica che porta con sè.

Questo non vuol dire che il presidente Mohamed Morsi sia irreprensibile. L’accusa politica contro di lui è lunga e dettagliata; non ultimo nella lista dei cahiers de doléances l’aver emesso lo scorso novembre alcuni decreti per estendere i propri poteri. Ben presto, bisogna dire, annullati dopo le proteste. Durante le ultime turbolenze per le strade, a dispetto delle sue parole di sfida circa l’essere pronto a morire, Morsi ha di nuovo mostrato una volontà di compromesso, offrendo di formare un governo di unità nazionale e accelerare le elezioni per un nuovo parlamento.  Fare di Morsi, perciò, l’unico responsabile delle delusioni degli ultimi due anni è assurdo. Non fu lui ma la Corte suprema amministrativa a sciogliere l’assemblea del popolo, la camera bassa del parlamento.

Non fu lui ma i leader dei partiti di opposizione a produrre un governo che è stato in gran parte dominato dai Fratelli Musulmani. Morsi li ha invitati a partecipare al gabinetto ma l’opposizione ha rifiutato.

Certamente non è il presidente che deve essere considerato l’unico responsabile del fallimento dell’economia egiziana. Per esempio, per non aver creato sufficienti posti di lavoro per decine di migliaia di giovani che si laureano ogni anno. Lo stesso vale per la generazione precedente che è senza lavoro.

Morsi ha seguito i piani del Fondo Monetario Internazionale per porre fine ai sussidi sui prodotti alimentari e sui servizi creando più austerità, ma così ha fatto la maggior parte dei leader dell’opposizione. Gli stessi che ora chiedono a gran voce il potere. Per quanto riguarda il fallimento del settore del turismo, il motivo principale del caos e dell’instabilità che ha allontanano i potenziali stranieri in arrivo spetta ai tumulti nelle strade.

Molto è stato detto sulla minaccia alla democrazia egiziana da parte del cosiddetto “profondo stato” : la burocrazia ancora radicata, fatta di funzionari del partito di Mubarak, le elite di imprenditori amici di Mubarak, senza dimenticare quella frangia della gerarchia militare che ha sfruttato i beni dello Stato, ha tratto profitto dalle industrie di recente privatizzazione e dalle società commerciali.

Alcuni hanno accusato Morsi di unire le fila di queste élites autoritarie. Ma la vera accusa è, casomai, di aver fatto troppo poco per contrastare loro e i loro accoliti tanto quanto una forza di polizia corrotta e brutale. L’ironia degli eventi è che coloro che oggi denunciano così energicamente il presidente in piazza Tahrir e nelle strade di altre città, in realtà, sono preda delle stesse elites che vogliono contenere.

E ‘ vero che i Fratelli Musulmani e i loro sostenitori sono conservatori e possono costituire una minaccia per i diritti civili egiziani . Ma il pericolo più grande e più immediato per il paese è quello che mina quei diritti politici che tutti gli egiziani hanno vinto con il rovesciamento di Mubarak. L’abolizione del partito unico che sancisce il diritto per i tutti i tipi di gruppi politici di organizzarsi liberamente, l’abolizione della censura, e la riduzione della reclusione per reati d’opinione sono vantaggi che non dovrebbero essere abbandonati alla leggera.

Coloro che credono che l’obiettivo principale dei militari sia quello di preservare le nuove libertà saranno presto delusi. Dal Cile nel 1973 al Pakistan nel 1999, lunga è la storia di interventi militari accolti nelle prime ore e presto maledetti a causa degli anni di disperazione che seguirono. Per l’Egitto seguire questa tradizione è un disastro.

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