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La fitta ragnatela della jungle/drum’n'bass

23 luglio 2013 | francesco a.k.a. china 2 commenti stampa stampa
 

cover - oldschool_jungleNei primi anni novanta la geografia musicale al di fuori del rock era piuttosto frammentaria, divisa per settori più o meno stagni in base a provenienze puramente geografiche.
Da una parte, i jamaicani intenti a spingere al limite le testate dei system a suon di reggae, dall’altra la cultura nera americana, cresciuta con soul e funk e ormai consci della forza culturale e musicale dell’hip hop.

In mezzo restavano gli inglesi, in quel momento ad un bivio. L’hip hop ed il soul Made in Uk infatti, restavano sostanzialmente, anche se con le dovute eccezioni di London Posse e Soul II Soul, delle derivazioni poco originali dei corrispettivi americani. Ma qualcosa bolliva già in pentola, qualcosa di rivoluzionario: la jungle (prima) e la drum’n'bass (dopo).

La jungle/drum’n'bass come tutti i geGqneri nati non solo in Inghilterra, è il frutto di un incredibile mix di fattori ed energie lentamente confluite in un unico sound omogeneo. Sicuramente i fattori geografici giocarono un ruolo essenziale. Prendiamo per esempio alcuni dei principali fautori di questa nascente cultura: Lemon D & Dillinja, due junglist d’eccezione erano vicini di casa, Mc Det e , due dei maestri cerimonieri per i 170bpm, erano compagni di classe. Piccoli aspetti che contribuirono di fatto a creare un rapporto d’unione, uno scambio d’opinioni essenziale per mettere in piedi un intero movimento culturale.

Il keep it real, diventò presto una formula d’obbligo, un po’ come lo fu nell’hip hop in Usa o negli stessi anni in Italia con il fenomeno posse. Puntare al locale prima di allargarsi, fornire e sostenere le radio pirata e i club e lavorare in una comunità per forgiarne l’identità. In questo contesto di continua evoluzione ed unione ognuno ebbe un ruolo complementare all’altro, come una figlia con più di una coppia di genitori: qualcuno diede l’impronta al genere e molti altri ne allungarono l’ombra. Di fatto parliamo di un fenomeno partito dalle fabbriche abbandonate londinesi che si diffuse ben presto in tutto il territorio nazionale, scavalcando i confini e rifiutando il controllo formale delle major. Solo dopo vennero i contratti firmati da Roni Size, Dj Hype e altri producer, quando la fase primordiale di sviluppo, ormai congelata, si trasformò in fenomeno di massa. In un certo senso, la cultura jungle/drum’n'bass è da etichettare come un qualcosa a metà fra uno stile di vita ed una vera e propria religione, che univa reggae, r’n'b, elettronica e ritmi d’africa.

La struttura portante venne retta da una folta schiera di producer, tutti paragonabili a pittori impegnati nel trasformare il panorama dei sobborghi. Al posto della tela, però, c’era il software. Shy Fx, pioniere del jungle sound, fu uno di quei produttori che rapì dalla strada i rumori della metropoli, estendoli e dandogli nuova linfa sotto forma di loop. Micky Finn, invece, partì dalle macchine analogiche e arrivò ai set con i giradischi. Altri invece iniziarono a coprodurre con gli ingegneri del suono, come il caso del dorato Goldie o più avanti di Ed Rush. Adam F invece, fa parte invece dei musicisti puri: cantante, sassofonista, bassista e compositore, creò con Colours qualcosa di assolutamente impensabile per molti: far suonare Hancock su di un drop.

Francesco Cristiano
(tratto da Dolcevita, Maggio/Giugno)

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2 commenti »

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