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3 domande a Marwan Bishara sulla situazione in Siria

26 agosto 2013 | ciroma nessun commento stampa stampa
 

syria[tradotto da Al Jazeera]

Quali sono le motivazioni e le ripercussioni per l’uso delle armi chimiche in Siria?
Se confermato, l’uso delle armi chimiche si rivelerà essere uno dei colpi di scena più bizzarri del conflitto tra il regime e l’opposizione.
Dopo tutto perché Assad avrebbe ordito un colpo tale, dopo essere stato messo in guardia dagli Stati Uniti che una follia del genere avrebbe determinato un “cambio di gioco”? E perché avrebbe dovuto portare un attacco chimico su larga scala nel momento in cui un team ufficiale delle Nazioni Unite è  in Siria per indagare i precedenti attacchi?
I suoi militari se la sono cavata nelle ultime settimane. Probabilmente non avevano bisogno di un attacco così scandaloso. Uno di quelli, cioè, che espone il regime a una cattiva pubblicità e a una crescente una pressione internazionale perchè fa uso di armi pesanti contro l’opposizione.
D’altro canto, un simile attacco potrebbe essere parte di una strategia – chimica o altro – per far pendere la bilancia decisamente dalla parte di Assad. In fondo il gas tossico è sia un’ arma militare sia un’arma psicologica molto potente: è un mezzo “efficiente” che uccide e terrorizza le masse – la combinazione perfetta per chi è incurante di una condanna internazionale.
In aggiunta, le armi chimiche non sono usate solo per disperazione, ma possono anche essere usata per ostentazione, come nel 1988, quando ne fece uso Saddam Hussein contro i curdi nella città settentrionale irachena di Halabja.
Se la preoccupazione principale di Assad è di essere visto come un uomo forte, la strada verso la vittoria potrebbe passare attraverso l’infamia. In altre parole, l’uso di armi chimiche potrebbe derivare dalla mancanza di ingredienti elementari quali la decenza politica e umana. Se, si ribadisce, il punto è che il regime sta tentando di sopraffare l’opposizione con l’uso della violenza indiscriminata e – scusate l’espressione – attraverso omicidi ‘all’ingrosso’.
Il regime, diplomaticamente protetto dalla Russia, potrebbe voler inviare il messaggio inequivocabile che nulla può proteggere i suoi detrattori dalla sua collera e che il fine giustifica i mezzi. Mentre un tale passo alza la posta, allo stesso tempo, massimizza i guadagni militari a breve termine. Probabilmente, è usato anche come un modo per inviare un messaggio a Israele e all’Occidente che la Siria ha i mezzi per vendicarsi contro bombardamenti futuri.
Come previsto, ci sono già richieste di un’indagine internazionale, ma tale indagine prende tempo. Nel frattempo, la morte e il terrore imbarazzano le potenze occidentali, ed espone l’opposizione siriana alla sua impotenza.

Come spiegare l’impotenza della comunità internazionale nei confronti della Siria?
Nel corso dell’ultimo mezzo secolo, la volontà di agire della comunità internazionale in tali circostanze è stato dipendente dal potere e dalla volontà degli Stati Uniti. Ma l’amministrazione Obama aveva reso chiaro in passato di non avere intenzione di intervenire militarmente in Siria, nonostante le presenza di visioni contrastanti nel Congresso e a Washington. La convinzione diffusa era che la Casa Bianca fosse vincolata al programma di politica interna e riluttante a intervenire militarmente dopo i fiaschi di Afghanistan e Iraq, soprattutto quando nessuno dei suoi interessi vitali erano minacciati.
Infatti, fino a poco tempo fa, non intervenire sembrava servire l’ interesse statunitense indipendentemente dal costo umano dei siriani. Non c’era nulla di male nel guardare da bordo campo come la Siria progressivamente andava perdendo colpi, mentre l’Iran e Hezbollah subivano umiliazioni e perdevano il sostegno del mondo arabo. Tuttavia, il sostegno russo e iraniano ad Assad ha trasformato i calcoli dell’opposizione e dell’ America. Se Obama era riluttante a intervenire o a fornire il supporto all’opposizione nelle  mani di “estremisti jihadisti”, oggi Washington ha tutte le ragioni strategiche per salvare la faccia.
Ma l’amministrazione del presidente Obama deve scegliere con cura le sue battaglie al di fuori dei suoi confini e preferisce non essere coinvolto in una lotta sporca contro Assad, Putin, e Khamenei. Una riflessione normale, tutto sommato anche saggia,  se l’America non fosse un ‘leading power’ in Medio Oriente e non comandasse una della più grandi flotte militari nel Mediterraneo orientale e nel Golfo. Perciò quando il presidente parla di America come “la nazione indispensabile”, che ha responsabilità a livello internazionale, vale a dire una potenza egemone, lo fa perché sa di non poter lasciare di essere umiliato da personaggi del calibro di Assad e Khamenei.

Che bisogna aspettarsi da Washington quando le sue linee rosse sono state oltrepassate?
Se  fosse dimostrato che Assad ha usato armi chimiche contro civili, allora il presidente Obama avrebbe una grande sfida strategica da sbrigare, volente o nolente. Invocando l’uso di armi chimiche, infatti, gli interventisti farebbero pressione sull’ amministrazione Obama. C’è una crescente pressione all’interno dell’amministrazione americana da parte del senatore John McCain, per esempio, in testa a un gruppo ‘interventista’. Lui ritiene che la mancata azione di Washington potrebbe essere vista dai siriani come un tradimento e ritorcersi contro l’America in futuro. Anche l’opposizione siriana, sostenuta dalla Turchia e dai paesi del Golfo, vorrebbe vedere Washington intervenire. Non a caso i loro leader politici sembrano ansiosi di sottolineare l’aspetto chimico della tragedia più che evidenziare il costo umano terribile.
I media USA hanno riferito che il Pentagono ha messo a punto piani militari per reagire in Siria se o quando il presidente dà l’ordine. Un precedente simile che spicca è l’intervento militare USA / NATO in Jugoslavia all’interno della “coalizione dei volenterosi”, senza una risoluzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Settantotto giorni di bombardamenti a Belgrado e altri impianti serbi nella primavera del 1999 è stato visto come legittima risposta agli omicidi di massa in Kosovo.
Resta da vedere se il presidente Obama mediti un colpo circoscritto con lo scopo di punire il regime di Assad senza farlo traballare. Per ora, il presidente continua a consigliare cautela. Finora ha sostenuto che l’uso di gas asfissianti contro i civili è una linea rossa, non per i soli Stati Uniti ma piuttosto deve essere così per la comunità internazionale nel suo insieme. In altre parole, gli Stati Uniti non devono agire da soli, tocca agli altri custodi del diritto internazionale presso il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ad agire in modo responsabile.
Ma la Russia e la Cina sono tutt’altro che indignati per la terribile repressione in Siria. Se non altro, credono che siano Washington e i suoi alleati regionali ad avere la massima responsabilità per l’escalation di violenza in Siria. In questa situazione, non ci si può aspettare che lo stallo del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite e che il massacro continui, mentre goffamente ci si muove per conferenze internazionali sulla ‘situazione siriana’.
Quando né gli USA né la comunità internazionale prende sul serio le proprie linee rosse, perché dovrebbe Assad? Finora si può dire che il segnale più significativo è arrivato dal segretario generale delle Nazioni Unite, che era ‘preoccupato’ e ora è  ‘profondamente preoccupato’. Lo stesso dicasi per presidente degli Stati Uniti che nelle recenti dichiarazioni ha affermato che il presunto attacco chimico è un evento di “grande preoccupazione”. A giudicare dalle dichiarazioni iniziali, dubito che sia la morte orribile di altri civili a cambiare radicalmente la posizione di coloro che sono stati complici o indifferenti all’uccisione di centomila siriani.

Marwan Bishara è analista politico di Al Jazeera e autore di The Arab Invisibile: La promessa e pericolo delle rivoluzioni arabe.

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