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Attaccare la Siria vuol dire salvare la faccia, non le vite umane

31 agosto 2013 | ciroma nessun commento stampa stampa
 

ALEPPO

[traduzione, fonte: Al Jazeera ]

L’indignazione morale aleggia nel dibattito sull’intervento militare in Siria. Mentre l’Occidente si prepara a lanciare attacchi aerei contro il regime siriano in rappresaglia per il presunto uso di armi chimiche, fila di leader mondiali e di commentatori “tifosi” diffondono il verbo della morale per giustificare l’attacco. L’anno scorso, Obama ha affermato che l’uso di armi chimiche sarebbe stata una “linea rossa” in Siria – e ora che è stata attraversata, ci viene detto che dobbiamo agire. Il Segretario di Stato degli Stati Uniti John Kerry ha dato il tono quando ha descritto gli attacchi come “moralmente osceni” avanzando una risposta militare. Il primo ministro britannico David Cameron, ha detto che il mondo non può “restare a guardare” e che il ricorso del regime siriano all’uso di armi chimiche è “moralmente indifendibile”.

Ritratto sarcasticamente dal London Daily Telegraph in una pioggia di droni come un “guerriero riluttante” il presidente Barack Obama ( metaforicamente gli Stati Uniti, n.d.t.), il  capo corrispondente estero descrive gli Stati Uniti come superpotenza la cui credibilità è necessaria per evitare che accadano “cose terribili” nel resto del mondo. Nel Times di Londra, il columnist politico Daniel Finkelstein chiede di fare qualcosa “anche se è solo per spettacolo” perché l’Occidente non può restare inerme di fronte a questa tirannia. E non poteva farsi attendere il grande crociato e inviato in Medio Oriente per la pace, Tony Blair, che invita a smettere di “rigirarsi i pollici” e lanciare un attacco in Siria – ripetendo l’affermazione sleale che l’unica alternativa al raid aerei è l’ impotenza.

Questa è la cornice entro cui ci si muove. Chi ha visto la scorsa settimana quelle immagini orribili di bambini morti, apparentemente uccisi da attacchi chimici, vuole porre fine a questa devastazione, alla tragedia. Così si viene spinti al supporto di un altro attacco militare, utilizzando l’orrore chimico come leva, perché funziona: l’esca della linea rossa morale è stata lanciata perché gli interventisti possano pescare.

Ricordate la missione morale sull’Iraq, o l’impulso di “liberare” le donne in Afghanistan? Decine di migliaia di iracheni sono stati uccisi dopo l’invasione del 2003 – e lo spargimento di sangue continua – se permettete un breve passaggio al di la del conflitto siriano: 1.000 persone sono state uccise in Iraq solo questo mese di Luglio. Questo dovrebbe far pensare due volte gli interventisti sulle giustificazioni morali – ma sembra che quest’esca sia fin troppo stuzzicante, e perfettamente in sintonia con il senso illuminato che l’Occidentale ha di sé.

Perché l’azione militare è necessaria di fronte agli attacchi chimici? C’ era forse una linea rossa sulle armi chimiche quando gli USA usavano munizioni all’uranio impoverito a Falluja, in Iraq? C’era una linea rossa, quando Israele spargeva fosforo bianco sul territorio di Gaza nel 2008? O quando Saddam Hussein, allora alleato dell’ Occidente, ha gasato gli iraniani nel 1980? Questa dichiarazione arbitraria e strumentale di ciò che è o non è accettabile è proprio ciò che rende gli Stati Uniti privi di credibilità quando si tratta di predicare codici di comportamento in Medio Oriente. Dovrebbe essere chiaro che questi pianificati attacchi aerei dell’alleanza occidentale non sono a favore della vita dei siriani – nè una risposta alle migliaia di vite perdute o dei rifugiati che in questi giorni si sono riversati nei paesi limitrofi.

Se questi capi di stato avessero avuto a cuore la situazione, quando Bashar al-Assad aveva cominciato a sganciare le bombe sul popolo siriano, avrebbero “fatto qualcosa” di costruttivo molto prima – non, come i cosiddetti liberali suggeriscono, intervenire dall’alto con attacchi aerei controproducenti. Piuttosto avrebbero esercitato le necessarie pressioni sugli alleati ribelli e utilizzato i canali diplomatici necessari per ottenere rapidamente che il regime e i suoi oppositori si sedessero ad un tavolo negoziale. E non è detto che sia troppo tardi. Se questo intervento militare è in favore della vita dei siriani e non un espediente per  destabilizzare “l ‘asse sciita” di Iran, Siria e Hezbollah, l’Occidente non avrebbero ignorato gli alleati di Assad – Russia, Cina e Iran – proponendo di scavalcare l’Onu. Né si muoverebbe in maniera così goffa da screditare gli ispettori ONU che attualmente sono impegnati in Siria e che la stessa Russia ha sostenuto, facendo pressioni sul regime al fine di permettere il loro ingresso in Siria.

Se gli Stati Uniti fossero certi della correttezza morale della risposta (internazionale) per il presunto uso di armi non avrebbero alcun problema a condividere, come ha sostenuto lo scorso mercoledì l’ex  consigliere del governo britannico per la sicurezza, qualsiasi prova in loro possesso con la Russia e la Cina. Sfidare la Russia vuol dire rendere molto più difficile  anche coordinare lo sforzo umanitario necessario non solo nei campi profughi dei paesi vicini ma anche in Siria stessa. Se lo scopo è davvero quello di salvare le vite umane come è possibile ritenere questo rozzo unilateralismo un passo sensato?

Dovrebbe essere chiaro che gli attacchi sembrano più utili a salvare la faccia che a salvare vite umane, soprattutto in ragione dei numerosi avvertimenti riguardo alle conseguenze disastrose. In primo luogo, non è pensabile un “attacco chirurgico” : bisogna prendere in considerazione che, sì, i civili possono essere uccisi anche negli attacchi aerei. E, più in generale, un intervento militare renderà la situazione molto peggiore, perché la terribile guerra in Siria è anche un cinica, nuova ‘cold war’. Dato il contesto e considerati i fedeli alleati di Assad, è probabile che una mossa militare occidentale sarà la scintilla per ritorsioni, non solo contro la popolazione siriana ma in tutta la regione. Eppure proprio questa corrente, questo impulso irrefrenabile di attaccare lascia poco spazio per pensare e soprattutto pensare alle conseguenze, senza  alcun piano per il giorno dopo, senza alcuna visione politica. E anche se la regione lentamente cedesse alla morsa di questo intervento brutale, avvertimenti significativi restano sullo sfondo, nonostante si cerchi di mostrare la schiacciante correttezza dell’Occidente.

Forse, potrebbe servire smettere di pensare che il Medio Oriente ha bisogno del paternalismo occidentale. Questo potrebbe aiutare a rivedere il ruolo e le responsabilità dell’Occidente in quella regione. I leader cercheranno sempre di giustificare interventi militari utilizzando i valori democratici e le belle parole d’ordine dei diritti umani tutte le volte che avranno bisogno di una giustificazione per un certo tipo di agenda politica. Ma ciò non significa che bisogna abboccare o dare loro una luce verde per andare avanti.

Rachel Shabi  è giornalista e autrice del saggio “Not the Enemy: Israel’s Jews from Arab Lands”  pubblicato nel 2009. Ha ricevuto il Premio Internazionale Media Cutting premio bordo nel 2013, il Premio Anna Lindh Giornalismo nel 2011, ed è stato finalista per il Premio Orwell lo stesso anno.

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