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Ypsigrock Festival 2013: live report

30 agosto 2013 | ciroma nessun commento stampa stampa
 

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Era il nostro secondo anno in quel Castelbuono. Arrivavamo preparati certo, ma non così tanto da riuscire anche ad aspettarci anche la pioggia. Un’edizione bagnata, bagnatissima, e il numero 17 che probabilmente ha fatto girare la ruota verso la parte sfortunata di quest’Ypsigrock. Non certo sbagliata. Tre giorni pieni, densi, al solito di tutto quello che un festival come Ypsig riesce ad essere. Quindi, una location favolosa (che sta a braccetto con la nuova venue, l’Ypsi&Love stage del Chiostro di San Francesco), alcuni live veramente strepitosi e strappamutande, un’umanità disarmante al centro di tutto. Applausi agli organizzatori e a tutti i volontari capaci di gestire una situazione meteorologicamente non facile. Qualche pollice verso per alcune scelte artistiche che probabilmente non hanno poi così (se non in termini di numeri) dato ragione al festival. Abbiamo raccolto tutte le nostre impressioni sulle band qua sotto, una dopo l’altra, chiedendo venia per alcune defezioni.

Le foto sono di Simona Alexys Giordano

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EFTERKLANG: Forse un po’ irrigiditi dalle condizioni climatiche, risultano eccessivamente scandinavi (in quanto freddezza). In ogni caso suonano impeccabilmente. Equilibrio efficacemente fragile fra elettronica glaciale e fumosa, e paesaggi limpidi tenuti al caldo della voce di Casper Clausen.

SHOUT OUT LOUDS: Esattamente al contrario di chi li ha preceduti, la band di Stoccolma trae dalla pioggia la risolutezza necessaria per convincere il pubblico del Castello e far passare inosservati gli scrosci d’acqua. Non si risparmiano minimamente e convincono con la loro attitudine e le sonorità easylistening ma accurate.

THE DRUMS: Nota dolentissima della serata (e se vogliamo del festival tutto). Dovrebbero essere gli headliner (gli annali li riporteranno come tali) ma sul palco si dimostrano inferiori a chi li ha preceduti (nonostante magari il calibro fosse dalla loro). Presenza scenica avvilente e sonorità senza spina dorsale. Mancano di nervature. Assolutamente vacui.

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DEPTFORD GOTH: Merito di un’opera prima notevole, indubbiamente il live di Daniel Woolhouse (nella suggestiva, anche se rumorosamente incontrollabile, cornice del chiostro di San Francesco) ha radunato attorno a sé molte aspettative. Purtroppo in qualcosa il suo show sembrava manchevole. Sarà che per buona parte del set ha suonato, sua insaputa, con i bassi tagliati. Ma causa è soprattutto l’eccesso di ‘asciuttezza’. Nel suono, nell’attitudine, nella presenza, persino nell’outfit; un total black che, unito alla sua monoespressione disagiata, lascia scemare un po’ l’interesse.

OMOSUMO: Appena iniziano sembrano avere la botta e l’intensità giusta. Poi si va avanti, compaiono i testi in italiano di levatura ben poco esaltante e i suoni si fanno sempre più fuori dal tempo. Suoni ’90 che vengono spinti come se fossero attuali. Risultato altamente deludente per chi sperava di trovare delle costruzioni consistenti. Per chi invece cercava fomento senza pretese, probabilmente è riuscito in qualche modo a saltarci su.

HOLY OTHER: L’atmosfera finalmente si eleva. L’aria si tinge di colori consacrati. E un accenno di visual si affaccia sullo sfondo (e purtroppo dietro anche l’improponibile gazebo messo a protezione). L’ambiente si fa così denso di suggestioni che le nuvole si congestionano e lasciano precipitare violentemente altre gocciolone di pioggia. E le evocazioni sonore danno un tono purificatore al temporale.

SUUNS: Sicuramente il punto che più spaccava l’audience già a priori, a maggior ragione dopo il live. C’è chi imputa loro una eccessiva mancanza di frequenze basse, chi invece trova in questa sospensione a mezz’aria dei suoni un elemento che li caratterizza e che li rende fluttuanti e avvolgenti. Impossibile è tracciare una visione comunemente accettabile. Per alcuni la tenuta del palco e l’approccio del suonato sono aberranti, per altri invece costituiscono un fascino unico e ammaliante. Forse su una cosa si può convergere tutti. Sull’insensatezza di riprendere il concerto dopo l’interruzione da pioggia per l’esecuzione solo di un paio di brani buttati lì, con ormai l’attenzione disciolta.

EROL ALKAN: Sicuramente di lui possiamo dire che ha un gran gusto come produttore (Late of the pier, Mystery Jets), ma in quanto dj lascia qualche perplessità. A tratti tocca soglie di tamarraggine inaudita (il minimo che può capitarti collaborando con Boys Noize) che un Coccoluto in alcuni casi sarebbe potuto risultare più raffinato. In ogni caso riesce nell’intento di far ballare sotto al Castello come se si fosse al Castello (di Sangineto).

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UNEPASSANTE: [visto troppo poco per giudicare. Ma assolutamente nulla di entusiastico. Se non per la sua intrinseca induzione a possederla quando si dimena sul palco e si passa la lingua sui denti].

INDIANS: Autosufficienza come valore aggiunto. Intesse da sé tutto il suo impasto sonoro e risulta impeccabile. I giusti silenzi, i giusti climax, i giusti ‘pieni e vuoti’. Garbato nei modi e nei suoni. Probabilmente il set più azzeccato ospitato dal chiostro.

METZ: Mezzora di disco, mezzora di live. Mezzora di botte da orbi. Se non bastasse l’efferatezza già sostanziale, ci ha pensato anche l’attrezzatura dispersa in aeroporto (e recuperata fra Suuns e altri buoni samaritani) a rendere il tutto più spietato. Arrivano direttamente in pancia e risvegliano istinti primordiali per quanto riguarda irruenza da pogo. Una mezzora devastante che lascia ematomi e mani roventi.

ROVER: Se Timothée Régnier ha una colpa è quella (incolpevole) di smorzare la violenza che carbura ancora nelle vene dopo i Metz. Lui però non si scompone (complice anche una stoica quanto mastodontica struttura fisica). Suona con garbo e con sapienza. Certamente nulla di inscrivibile in una pagina nuova. Nulla che non sia già noto all’orecchio. Ma è tutto dannatamente ben suonato.

LOCAL NATIVES: Il loro suono si costruisce, senza ombra di dubbio, sulle linee vocali. Cura minuziosa sugli intrecci di voci e giusta misura nello stendere il tappeto sonoro sul quale adagiare il tutto.

EDITORS: Ciò che è lampante ascoltando la performance della band di Birmingham è la disparità di coinvolgimento e di presa fra i brani ‘vecchi’ e quelli del nuovo album. Fortunatamente centellinano la presenza di brani nuovi nella setlist. Per il resto comunque fanno pesare la loro esperienza, raggiungendo una presenza scenica à la u2 (con tutti i risvolti che ne conseguono, specie quelli in negativo). Per quanto riguarda il suono è dilagante l’assenza di Urbanowicz.

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