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quattro domande per chi ha a cuore la cultura della città

18 aprile 2010 | Appunti di Sopravvivenza 3 commenti stampa stampa
 

Ho letto con stupore l’intervento del direttore amministrativo del teatro dell’Acquario, pubblicato il 10/04, ma non intendo replicare con gli stessi toni. Piuttosto, pur ribadendo la legittimità delle  questioni poste nella mia precedente intervista, prendo spunto da alcune considerazioni che ritengo possano esulare da un contesto personale e sterile, per rilanciare la discussione e porre altre domande, che non sono rivolte al centro RAT, ma a tutti quelli che hanno a cuore la vita culturale della città.

1) Perché è sempre più difficile per le compagnie del territorio lavorare nei teatri cittadini?

I lettori capiranno bene come, per chi non possegga un teatro, proporre spettacoli e iniziative sia complicato, sebbene di vitale importanza per le compagnie, per il pubblico e per la possibilità stessa di fare arte.  E’ logico dunque che si decida di chiedere un teatro soltanto quando è possibile sostenerne le spese di produzione e organizzazione, quando si ha una scrittura o si è ragionevolmente certi di rientrare con l’incasso. Non si possono certamente accusare le compagnie di “lavorare poco” o di auto-ghettizzarsi se non è sempre possibile affrontare con le proprie forze le spese relative a produzione e messa in scena; così come andrebbero aiutate ad emergere piuttosto che essere tacciate di poca professionalità  molte altre esperienze di auto-formazione e auto-gestione di cui sono ricche la città e l’università.

2)  Quali sono i requisiti necessari per lavorare nel teatro pubblico?

Spesso si rischia di confondere,  il significato della parola “eccellenza”, che ha a che fare con il pensiero, l’arte, la poesia, con  “professionalità”, che significa guadagnare con il proprio lavoro, districandosi fra l’altro nei meandri della burocrazia (da dizionario). Si può discutere sull’idea che non basti un non meglio precisato “talento” per gestire con successo una “impresa”teatrale, ma mi domando: possono delle logiche “aziendali” essere il parametro unico per determinare chi ha diritto di accesso a spazi e servizi pubblici? Per noi così come per molti altri operatori teatrali e culturali del territorio in tutti questi anni è stato possibile produrre e lavorare con lo strumento dell’Associazione Culturale. Con la retorica sulle cosiddette “imprese teatrali”, tuttora oggetto di discussione fra i soggetti che operano nel settore, non si rischia di dare un alibi a qualsiasi mediocrità, legittimando di fatto un teatro il cui riscontro del pubblico non ha più alcuna importanza?

3) Può una compagnia o un’impresa teatrale portare avanti in maniera continuativa la propria attività senza contributi pubblici?

La maggior parte dei teatri e delle compagnie, specialmente nel sud, realizzano buona parte delle loro attività anche grazie a contributi regionali, ministeriali, provinciali o comunali. Il Libero Teatro, così come molte altre compagnie del territorio, lavora ogni giorno per capire come ottenere “riconoscimenti” e finanziamenti. Non si può essere considerati “parassiti” se si usa lo strumento dell’associazione culturale, o se si richiede come “contributo” del Comune l’esenzione dal ticket per l’utilizzo dei teatri o del Castello Svevo. Una compagnia teatrale, così come un gruppo musicale, dovrebbe essere pagata per il proprio lavoro e per le proprie esibizioni. Non credo siano queste le condizioni proposte agli artisti “forestieri” che popolano i cartelloni dei teatri cittadini. Se invece vengono imposte alle compagnie e ai gruppi del territorio è perché gli operatori non sono considerati artisti, neanche di serie B.Per chi prende il proprio lavoro sul serio, è una condizione umiliante, ed è esattamente il motivo per cui, come altre compagnie, abbiamo scelto di non partecipare al bando-farsa sulla stagione del Teatro Morelli.

4) Quanto è importante il riscontro del pubblico e della critica per chi fa teatro?

Finora è stato il motore creativo delle nostre produzioni. Dalla critica e dall’elogio abbiamo imparato molto. Come regista e attore non mi sono mai sottratto al giudizio di chi ci segue da anni, soprattutto se lo spirito con cui mi vengono mosse delle critiche è squisitamente dialettico e costruttivo, anche se posto in maniera avversativa.Altra cosa è definire gli spettatori che seguono una compagnia una comitiva di “amici e parenti”. Ho sempre ritenuto l’offesa al pubblico sintomo di poca onestà intellettuale.Per concludere, non ho alcuna intenzione di spostare l’attenzione da domande legittime sulla situazione in cui versa il teatro cittadino per inasprire il confronto e dirottarlo su un piano personale, scomodando per questo le redazioni dei giornali cittadini.Ciò che desidero è che si possa parlare apertamente e pubblicamente di questo e di altro e che chiunque, si senta libero di contribuire ad allargare e arricchire la discussione.

Max Mazzotta
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Le considerazioni di Max Mazzotta ai microfoni di Radio Ciroma
ascolta:  
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3 commenti »

  • pubblico il 19 aprile 2010 alle 09:21 ha scritto:

    bravo Max, ci aspettavamo una sfilza di vaffa, invece come al solito sei un grande. lassali stà ca su 2 tamarri

  • pubblico il 19 aprile 2010 alle 11:06 ha scritto:

    vogliamo la patente!!

  • Amissivel il 19 aprile 2010 alle 12:58 ha scritto:

    In questa città ormai regna l’apatia più totale, ma non vi preoccupate, andrà sempre peggio!

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