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la questione della mafia…

19 settembre 2010 | Appunti di Sopravvivenza 3 commenti stampa stampa
 
NDRANGHETALanciata dal direttore de “Il Quotidiano della Calabria” a settembre si svolgera’, a Reggio di Calabria, una manifestazione contro la ‘ndrangheta.  Questa iniziativa, che ha immediatamente raccolto l’entusiastica adesione dei “migliori” di questa terra (partiti, rettori, imprenditori, vescovi e compagnia cantando) è stata definita la nostra ultima, migliore azione per fare qualcosa riguardo alla presenza della criminalita’ organizzata in Calabria. Ma la manifestazione non risolverà il problema, né saremo più vicini alla riduzione, o alla scomparsa, della mafia dalla nostra vita quotidiana di quanto non lo fossimo 15 o 30 anni fa, in occasioni di altre analoghe manifestazioni. È stato gia’ segnalato (Vito Teti) il pericolo di astrattezza di tale iniziativa: essa, infatti, corre il rischio di affrontare il problema dal punto di vista nazionale, cioè del controllo repressivo del territorio e dell’ordine pubblico, con l’aggiunta di parole roboanti ma lisce come palle di biliardo da parte di qualche moralizzatore di questo o quel partito. Dispiegare l’esercito, moltiplicare leggi speciali, praticare nelle carceri la tortura psichica, inviare superprefetti per farli poi regolarmente diventare deputati della repubblica, è facile pronosticarlo, non costituiranno  misure atte  a sconfiggere la ‘ndrangheta. Prima di addentrarci, occorre precisare il nostro angolo di visuale: non siamo studiosi del fenomeno-mafia, né peraltro vorremmo diventarlo, ma esprimiamo il punto di vista di cittadini calabresi interessati alla vivibilità delle nostre citta’, consapevoli che le forme di criminalita’ di cui parliamo sono nate e persistono nel sud, in Calabria nella fattispecie. Siamo inoltre persone in qualche modo costrette a fare i conti con il fenomeno mafioso  non di meno che con quello dell’ Antimafia (si pensi a quanto é ridicola e penosa la richiesta di certificazione antimafia), preoccupati e coinvolti emotivamente. Ciò per chiarire che quello delle ‘ndrine é un nostro problema e che gli unici che possono davvero capire il carattere drammatico ed orribile di questo fenomeno siamo noi stessi meridionali perché i mafiosi sono fratelli nostri, nel senso che é gente come noi, che partecipa di buona parte della nostra stessa cultura, non quella che si impara sui banchi a scuola, ma quella irriflessa che ci viene naturalmente trasmessa dal luogo in cui viviamo. Posizionarsi, collocarsi rispetto al problema in questa prospettiva permette se non di agire almeno di capire di più, e la faccenda non è da poco. La ‘ndrangheta, dunque, è figlia della nostra cultura, del nostro linguaggio, e in essa si esprimono in maniera deformata forme di organizzazione sociale che traggono origine da un mondo più forte, da un mondo in cui lo scambio non é basato sul denaro, in cui il rapporto tra le persone non é definito dalle merci.
Si pensi alla forza con cui i mafiosi d’America sono riusciti ad impiantarsi in quella società enormemente complessa, pur venendo loro da paesi contadini e rurali del sud Italia. Se uno vede, mettiamo San Luca d’Aspromonte, non riesce a pensare che gente cresciuta in quei luoghi, completamente ignara di ritmi di vita metropolitana, possa riuscire a vivere e a radicarsi nelle città americane o australiane, eppure é quello che é successo alle comunità italiane, é quello che succederà con la mafia delle comunità cinesi in Europa. La ‘ndrangheta è forte perché possiede una capacità di intervenire sul terreno dell’accumulazione del denaro con forme e metodi che vengono da altri tempi, da epoche diverse e da forme di legami ormai inusuali per noi. Questa potenza, d’altra parte, è usata con successo proprio nelle pieghe del mercato globale, nella produzione liberista, nel commercio internazionale, dove la ‘ndrangheta si afferma senza dubbio come borghesia allo stato nascente. E qui occorre necessariamente far notare come la legislazione antiriciclaggio italiana impedisce quel passaggio dall’illegalita’ dell’accumulazione originaria, attraversato da tutte le borghesie del mondo, alla legalita’ dell’investimento pro  duttivo. I soldi in Italia puzzano, malgrado che molte famiglie borghesi del nostro paese e dell’Europa intera siano diventate tali grazie al fatto che prima i soldi non puzzavano.
La questione della mafia va dunque affrontata come fatto di antropologia culturale, fenomeno socio-politico, prima che come problema d’ordine pubblico. o giuridico Se una “piattaforma” dei contenuti della manifestazione va fatta, crediamo debba evitare le solite litanie sul mancato sviluppo della Calabria tanto care ai politici di casa nostra e invece predisporsi, culturalmente, all’avvio di un dialogo, pubblico e difficile, con la malavita meridionale. Occorrono gesti di rottura etico-politica: per esempio chiedendo allo stato centrale l’abolizione dell’articolo 41 bis del Codice Penale, che autorizza una sorta di tortura legale, per il quale l’Alta Corte di giustizia dell’Europa ha più volte condannato il governo italiano; per esempio chiedendo la non perseguibilità del concorso in associazione mafiosa come nei paesi a grande tradizione giuridica dove il reato di associazione non esiste: il problema della magistratura di quei paesi é che non si compiano delitti precisi e nessuno spinga a farne, non  come la pensino i parenti o gli amici dei mafiosi; per esempio proponendo lo smantellamento dell’Antimafia, e di tutte quelle forme di amministrazione del potere giudiziario, che per certi versi invadono l’esercizio normale della giustizia, e pervadono ambiti, come quello della carriera dei giudici, che risultano così conformati su modelli d’eccezionalità. Per esempio, favorendo l’uso sociale (da parte di giovani, migranti, associazioni) affidato a forme di cooperazione sull’esempio dell’esperienza animata da Mons. Bregantini, dei terreni e dei beni confiscati alla ‘ndrangheta. Si tratta cioè di parteggiare per il ritorno alla legge ordinaria, che sola ci può permettere di affrontare il problema della ‘ndrangheta nella sua giusta e drammatica dimensione. È superfluo dire che da parte nostra non c’é alcuna sottovalutazione del problema-mafia (al procuratore di Reggio va la nostra solidarieta’ e al direttore Matteo Cosenza va riconosciuto il merito dell’apertura di un dibattito franco), vogliamo però ricordare che la sciagurata e fallimentare strategia di combattere la mafia a colpi di leggi speciali non è nuova e che questa storia della politica dell’emergenza, cioé di leggi speciali che riguardano l’ordine pubblico, ma anche l’economia e qualsiasi altro aspetto della sfera pubblica,  ha sempre avuto esiti dannosi per la democrazia, una sorta di tic nervoso delle classi dirigenti italiane che allorquando non hanno strumenti culturali e politici adeguati alle domande del sociale, giusto allora ricorrono all’emergenza, soffocando qualsiasi discussione democratica e delegando alla magistratura le risposte. Sembra che il ceto politico che ci governa preferisca aspettare l’emergenza o, se necessario produrla, per potersi poi legittimare attraverso di essa.
Infine la questione delle giovani generazioni. I giovani calabresi vivono la loro vita in attesa, di un lavoro stabile o, più spesso di un qualsiasi posto di lavoro. È una mala-vita.  Attendere significa esssere paralizzati, incapaci di interrogarsi. Un immane potenziale dissipato nell’attesa di un posto fisso, una noia di vita in un momento storico caratterizzato non dalla poverta’ ma dall’eccesso e dalla ricchezza materiale: basta andare una qulasiasi mattina all’Unical e notare le migliaia di automobili. Qui si tratta di rompere l’ipocrisia e proporre per i giovani calabresi un reddito minimo e universale. Una pur piccola rendita economica ridimensionerebbe il problema di cercarsi un lavoro qualsiasi, renderebbe sostenibile la flessibilita’ individuale, contrastrerebbe il lavoro nero e soprattutto sottrarrebbe i giovani al ricatto politico-mafioso. È una misura possibile, che da tempo i paesi europei attuano e anche nel nosro paese la Regione lazio si è dotata di una legge simile.
Avrebbe anche un altro vantaggio:  almeno limitare l’attitudine dei rappresentanti politici calabresi (un ceto professionistico separato) a costruire consenso per mezzo della bugia e della menzogna pubblica, cioè l’inventarsi occasioni di lavoro transitorie e illusorie tramite l’intercettazione e la distribuzione, più o meno legalmente, dei flussi finanziari statali e comunitari.
Se ne può ragionare?
La Ciroma
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3 commenti »

  • annibale il 11 settembre 2010 alle 10:59 ha scritto:

    è morta la ‘ndrangheta, evviva la ‘ndrangheta! tutti a Reggio!
    Ma i reggitani sono stati informati?

  • il chiuR.Lo. il 17 settembre 2010 alle 07:33 ha scritto:

    per non dimenticare e per rimarcare la strumentalizzazione della politica (pro o contro) del problema mafia segnalo questo link: http://www.scribd.com/doc/16469811/La-Padania-8-luglio-1998-

  • gisi il 25 settembre 2010 alle 07:42 ha scritto:

    Ma come mai,dopo avere aderito al corteo di oggi,non avete ritenuto opportuno fornire un servizio alla collettività brutia FACENDO UNA DIRETTA SULLA MANIFESTAZIONE,siete una radio…o no? ci speravo tanto non potendo recarmi in quel di Rc per motivi di salute…

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