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testamento biologico, eutanasia e (in)sanità ordinaria

3 novembre 2010 | ciroma nessun commento stampa stampa
 

Qualche tempo fa era un argomento “di moda”, per alcuni casi particolarmente toccanti balzati agli onori della cronaca. Tutti ne discutevano, filosofi, prelati, medici, opinion leader. Politici, all’affannosa ricerca di una legge che contentasse tutti (oggettivamente arduo, quando ciò che è desiderato da una parte è esattamente l’opposto di quanto richiesto dall’altra). Uomo della strada…

Le vicende interessate davano l’idea di uno stuolo di medici, paramedici, ausiliari e quant’altro, tutti affannati, giorno per giorno, ad impedire che una persona, ormai praticamente non più viva, morisse. Anche quando da quella persona stessa, o dai suoi familiari, l’evento veniva pietosamente richiesto.

Non intendo aggiungere la mia voce a quella di quanti si sono già pronunciati, dubito che il mio contributo possa essere in qualche modo costruttivo.

Quello che mi preme è invece rilevare come una tale discussione, da drammatica, sconvolgente, inquietante, possa apparire invece ridicola, grottesca, se si ha la ventura (ma è piuttosto, decisamente, disavventura) di incappare nella necessità di normali servizi di sanità, e di dare un’occhiata dall’interno a quello che succede oggi nei nostri ospedali. Viene allora in mente, ed il paragone è automatico, quel famoso aneddoto della regina superficiale e alquanto oca che rispondeva al popolo, che protestava per la mancanza di pane, di mangiare brioche.

In molti, troppi casi, già il ricovero assume l’amaro sapore di una deportazione. Sei di Cosenza, vai all’Annunziata, e poiché non c’è posto ti ritrovi a Rogliano, o a Paola, o Castrovillari, persino Trapani! E magari il posto non c’è perché qualche ora prima non ce n’era a Castrovillari, e quello di Castrovillari è stato ricoverato a Cosenza… Mah, sarebbe un male in fondo accettabile se il discorso fosse: ora il signore è NOSTRO degente, e pensiamo a tutto NOI.

“Non serve l’ospedale sotto casa, anzi è pericoloso se non offre servizi ai cittadini ed è fonte sprechi”, Scopelliti docet.

Ma non è così. Se anche lo fosse, far passare i giorni senza offrire al malato il conforto, sia pure per un’ora, di una presenza amica, familiare, equivarrebbe comunque ad una specie di abbandono, e per i congiunti sarebbe dura attendere il suo ritorno a casa senza avere notizie sul ricovero.

MA NON È COSÌ.

Troppe volte è la presenza di un parente, che spesso vi passa anche la notte, a sopperire alle carenze di un’assistenza pressoché inesistente. Può essere per segnalare che una flebo è finita, per esigere che un paziente venga cambiato perché i suoi lamenti ed il fetore che ormai emana sono diventati insopportabili, ad aiutare una persona debilitata ad assumere (a tempo debito) le medicine che le vengono lasciate o anche a mangiare, persino per suonare il campanello se uno sta male e non è nelle condizioni di provvedere da solo. Sono convinto che tutto questo a Scopelliti non succederà mai, se dovesse essere malauguratamente costretto ad un ricovero. Probabilmente, non capiterà nemmeno alle illustri personalità che appoggiano queste idee (ve lo immaginate, un Silvio Berlusconi, in un letto di ospedale, che viene amorevolmente imboccato dall’amato Piersilvio se il suo stato di salute non gli consente neppure di mangiare da solo?). Ma i comuni mortali, quegli idioti che si ostinano a volere il pane anziché “contentarsi” delle brioche, quelli, se non si aiutano fra loro, non li calcola nessuno. Così, con quella deportazione, perché “gli ospedali sotto casa sono solo uno spreco”, ha inizio un lungo, massacrante calvario di viaggi in macchina per decine e decine, se non addirittura centinaia, di chilometri, per i “visitatori”,  ed un altrettanto logorante stato d’ansia per il degente che pensa al disagio e ai rischi che questi spostamenti comportano per i propri cari.

Ma questo è solo il danno minore.

All’assurdo si assiste “dentro” i nosocomi, con gli ammalati abbandonati a se stessi per l’intero giorno, e l’intera notte, ad eccezione dei due o tre minuti di visita giornaliera da parte dei medici. Le medicine arrivano quando capita, ed è cura del paziente assumerle a tempo debito… se ne è capace. Idem se è in grado di mangiare da solo, altrimenti, alle dimissioni, potrà vantare una linea invidiabile. Suoni il campanello? Il trillo echeggia per minuti nel corridoio, prima che qualcuno arrivi, e se il degente sta soffocando non deve far altro che sopportare quattro o cinque minuti di apnea e cercare di non crepare prima. Devi andare in bagno e ti reggi appena in piedi? Beh, fatti assistere da un parente (sei a cinquanta chilometri da casa? E allora? Non ti scoraggerai per così poco, qua ti stiamo salvando la vita!), o fatti allettare, se non vuoi rischiare di cadere e sbattere la faccia contro il water. Sei allettato e devi usare i pannoloni? Bene, vedi di evacuare a tempo debito, o gli escrementi contribuiranno ad allietare il tuo soggiorno, e quello dei compagni di stanza, per il resto della giornata. La degenza, e le cure, ti creano dei tappi all’intestino? Beh, resisti, e non sforzarti troppo, o rischi un infarto intestinale. Il clistere che ti è stato prescritto? Vedremo, se ci sarà tempo…

Le regole sono queste, e questo è il servizio offerto. Ed il fatto che in Calabria costi più che nelle altre regioni e sia di una qualità così infima non fa che confermare un principio tutto italiano, secondo il quale costi e stipendi debbano essere inversamente proporzionali al lavoro svolto ed ai risultati conseguiti.

Qualcuno protesta, esige qualche servizio indispensabile, e la risposta che riceve, da parte di medici e paramedici, è sempre la stessa: andate a reclamare dal direttore generale, a noi fate un piacere, perché siamo in pochi e più di questo non possiamo fare. Dal direttore generale non ci va nessuno, si ha ben altro per la testa in quei momenti. E si è certi che il famoso direttore generale  non si scomoderà più di tanto solo perché il parente di un degente va da lui a lamentarsi perché non funziona niente.

Viene però da fare una riflessione.

Da quando è stato eletto, il nostro nuovo governatore non fa che ripetere che ci sono almeno tremila esuberi nella sanità calabrese. Medici e paramedici delle strutture ospedaliere, invece, non fanno quello che devono perché sostengono di essere troppo pochi. È evidente, matematicamente certo, che una delle due parti sta raccontando cavolate, visto che le due tesi sono diametralmente opposte.

Chi ha ragione, e chi sta prendendo il malcapitato cittadino per i fondelli?

Io spero che sia nel vero Scopelliti. Perché, in questo caso, c’è la speranza che la cosa si possa aggiustare, basta che qualche manager con gli attributi si guadagni il lauto stipendio da voltastomaco che percepisce acchiappando l’addetto fedifrago, strigliandolo a dovere e costringendolo a comportarsi seriamente, o sbattendolo fuori a calci nel sedere in caso contrario. Tutte cose che ad un presidente di regione, per giunta appena eletto, non puoi minimamente pensare di fare.

Allora, mentre vivi queste esperienze, arrivano pensieri cinici. Pensi che quelle vittime di mala sanità finite sulle prime pagine dei giornali sono in fondo dei fortunati, perché almeno nel loro caso l’opinione pubblica è stata informata di ciò che hanno patito e forse (molto forse) qualcuno pagherà per questo. Pensi, mentre guardi un degente che si contorce nel letto e si lamenta, ignorato ed inascoltato da chi dovrebbe prendersene cura dopo averlo portato a cento chilometri da casa, che forse quel discorso sul testamento biologico potrebbe essere esteso, non solo a chi vuole morire in modo dignitoso, ma anche a chi vorrebbe vivere e si trova a desiderare la morte, mentre giace sulla branda di una struttura che costa l’ira di Dio e lo tratta quasi come un fastidio, un ospite incomodo che nessuno ha invitato e nessuno desidera avere in casa. Perché, se devi schiattare per un clistere che non ti viene fatto, meglio anticipare i tempi e farsi sparare in testa. Meno doloroso, meno dispendioso, e molto più decoroso e rispettoso della dignità umana. Una gamba rotta, una polmonite, una semplice appendicite? Perché sprecare tanto denaro pubblico per fare mezzo lavoro e sperare che l’altro mezzo si faccia da sé? Al prezzo di una pallottola puoi fare meglio che con costosi medicinali, costosi stipendi, costose degenze e trattamenti inumani che ti fanno concludere che alla fine sì, conviene morire anche per un’appendicite o una gamba spezzata, piuttosto che vivere, rischiando di tirare le cuoia comunque, come una puzzolente carcassa di animale dimenticata in un letto d’ospedale.

Intendiamoci, questa proposta non è avanzata come soluzione ai problemi economici del servizio sanitario calabrese, sono convinto che, anche se adottata, i nostri valenti amministratori saprebbero trovare comunque il modo di farlo affondare in un mare di debiti. È solo un suggerimento di carattere etico, umano. Per restituire ad un degente, e ai suoi familiari, il minimo di dignità e di rispetto che il nostro costosissimo servizio sanitario non è in grado di offrire.

Raf Derose (raf.derose@gmail.com)

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