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uniti contro la crisi – appello ai movimenti sociali per la costruzione del 26 novembre per uscire fuori dalla crisi

19 novembre 2010 | Appunti di Sopravvivenza 28 commenti stampa stampa
 

Anche a Cosenza, “Uniti contro la Crisi”.
Per costruire cammini, analisi e lotte comuni, un luogo sociale comunitario, con l’idea di dare vita ad un piano di lavoro per combattere i livelli di frammentazione sociale che impone la Crisi.
L’obiettivo è che gli studenti, i movimenti per i beni comuni, i precari, i disoccupati, i lavoratori, i motori delle lotte sociali e ambientali siano, ognuno per la sua parte, protagonisti attivi di livelli sempre più avanzati di democrazia partecipativa e autonoma dal quadro politico dato.
Raccogliamo così la proposta di creare il Comitato “Uniti contro la Crisi” , lanciata, a livello nazionale, dopo la grande manifestazione del 16 ottobre a Roma e dopo l’avvio di un dibattito, fra i protagonisti di quella giornata di lotta, su come fare per trasformare l’indignazione e la rabbia contro le ingiustizie che ci circondano, in comportamenti adeguati a contrastare la sempre più esplicita brutalità con cui il capitalismo tenta d’imporre la sua via d’uscita dalla crisi. Un’uscita che ancora sostiene gl’interessi di quei soggetti  che hanno dato vita a quello che chiamiamo Finanziarizzazione dell’economia: banche, agenzie assicurative, fondi d’investimento, fondi pensione ecc. ecc.. I Mercati Finanziari dopo aver preteso: rigore e tagli radicali alla spesa pubblica, a quelle prestazioni sociali e a questi servizi che hanno qualificato fin qui il welfare state, hanno imposto una ricetta, che lungi dall’essere risolutiva di alcunché ha portato ad aumentare il deficit pubblico in modo vertiginoso e che ora, dopo che le iniezioni di liquidità a loro favore, ha facilitato la ripresa della speculazione, monetaria o sulle materie prime.
La creazione del Comitato “Uniti contro la Crisi” dovrà invece muoversi ibridando avvenimenti, linguaggi, precarietà, voglia di buon lavoro, fabbriche, atenei, scuole, ambiente, beni comuni,  migranti, voglia di New Welfare. Trasformare il conflitto parcellizzato “una tantum” in conflitto “costante” che sia collettivo, verticalizzato sempre più e dallo sbocco pienamente politico.
Fermo restando che, nell’agire politico (quanto in quello comunitario), bisogna partire dal territorio che viviamo, dai nostri luoghi di vita, mai come oggi quanto succede nel mondo, si riproduce, sostanzialmente, nella nostra città, nella nostra vita quotidiana e che la coscienza di ciò non può essere elusa dall’azione dell’ azione politica. Capire ciò che succede nel mondo, è, anche, capire cosa succede a Cosenza, in Calabria.
“Uniti contro la Crisi”, non dovrà essere, né il collettivo dei collettivi, né il superGruppo, deve diventare un luogo fatto di relazioni, di intensità e passione da ritrovare identità e senso all’agire politico. Un luogo dove tutti, al di là della loro specificità, siano perfettamente convinti che il desiderio e la voglia di fare possano tornare a mettere in campo un pensiero che faccia discutere e che apra altre dimensioni, ovviamente, all’interno di una dinamica che per forza di cose è fatta dei Tanti e Diversi. Nella consapevolezza che non esistano ricette a portata di mano e che, soprattutto, non ci sia riformismo neo-keynesiano o teorie sviluppiste che riescano a dare risposte alla fuoriuscita dalla Crisi. E’ necessario costruirne agenda e lotte tra linguaggi e pratiche diversi ma in comune.
La nostra vuole essere una scelta onesta, ci diciamo le cose e ne vogliamo discutere con tutti in maniera approfondita, con tutti quelli che siano convinti che la crisi  sia un elemento di scomposizione.
Mentre scopriamo, oggi, all’interno della lettura della crisi – proprio ragionando sulla precarietà come bios, come vita- una precarietà che coinvolge anche il potere, diventa impellente mettere in piedi un’alternativa al neoliberismo degli ultimi trent’anni. A quel capitalismo globale e della rendita che, con violenza predatoria, tende: a distruggere democrazia e futuro collettivo; tenta di espropriare i beni in comune; ha umiliato il lavoro; ha moltiplicato guerre e disastri ambientali. Il pianeta è precario, quanto la terra che calpestiamo quotidianamente; non occorre qui ricordare, cosa sta succedendo dal punto di vista ambientale nel mondo e a casa nostra a Cosenza, in Calabria.
Qui siamo alla precarietà come paradigma del nostro tempo. Ci troviamo di fronte ad una Crisi che imponendo la precarietà non solo come diversa organizzazione di un settore produttivo o della sua forza lavoro, ha predato una quota gigantesca della ricchezza trasferendola dal lavoro alla rendita, dal pubblico al privato. In questo senso la precarietà rischia d’ inverarsi in un’ assunzione completa della dinamica complessiva di vita e anche di ciò cui abbiamo da sperare dal domani.
Questo è il ragionamento che ci muove e che siamo sicuri di condividere con tutti. Sappiamo che il problema non è il “Cavaliere ma il Cavallo”. Se si trattasse semplicemente di dare la spallata al governo, probabilmente la funzione di Uniti Contro la Crisi non sarebbe per nulla necessaria. Prioritario, invece, è mettere in gioco un’altra idea di società. E quindi ri/partire dalla ricomposizione politica dai soggetti che lavorano, dall’ambientalismo e dalla formazione, dallo sviluppo della qualità dei saperi passando per la difesa dei beni comuni e della cittadinanza, per la conquista del reddito e del diritto all’abitare.
Noi crediamo davvero che all’interno dello sviluppo di un pensiero comune si possa muovere il mondo.
Ci sono tradizioni diverse, che si muovono nell’ambito del Pensiero Critico della Sinistra ( ahi noi, sarà termine consumato e vetusto, ma utile per intenderci o almeno da cui imbarcarci da argonauti per nuovi lidi); opzioni differenti: sono tutte legittime. Nessuno ha da insegnare niente a nessuno. Noi, vogliamo, dobbiamo capire insieme, in comune, come fare. Dovremmo sviluppare, tutti insieme, l’idea di un possibile cambiamento.
Sappiamo che le condizioni per poter fare tutto questo stanno nelle nostre scelte, stanno nella nostra volontà di provarci.

A partire dall’impegno a sostenere la scadenza del 4 dicembre promossa dal Forum Acqua Bene Comune.

Per questo per Venerdì 26 novembre indiciamo, presso i saloni dell’Auser, nei pressi di p  alle ore 18,00 l’assemblea costitutiva cittadina del

Comitato cosentino Uniti Contro la Crisi

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Respingere il ricatto! – Appello ai movimenti sociali per la costruzione del 9-10 dicembre, due giornate di mobilitazioni contro la crisi e per lo sciopero generale

di **Uniti contro la crisi**

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28 commenti »

  • piero il 20 novembre 2010 alle 11:15 ha scritto:

    Il tentativo è lodevole. Riproporre percorsi collettivi inclusi una ottima strada.
    Ma in onestà, come purtroppo da un pò di tempo a questa parte accade a Cosenza, tutto si risolverà in riunioni pallose dove “forzatamente” si ascolteranno i filosofi del niente predicare teorie che come sempre resteranno lettera morta.

  • pieromacosadicimaihailettobene? il 20 novembre 2010 alle 15:28 ha scritto:

    La creazione del Comitato “Uniti contro la Crisi” dovrà invece muoversi ibridando avvenimenti, linguaggi, precarietà, voglia di buon lavoro, fabbriche, atenei, scuole, ambiente, beni comuni, migranti, voglia di New Welfare. Trasformare il conflitto parcellizzato “una tantum” in conflitto “costante” che sia collettivo, verticalizzato sempre più e dallo sbocco pienamente politico

  • piero il 20 novembre 2010 alle 16:31 ha scritto:

    appunto…..quello che da sempre dicono i filosofi del niente….
    di buone intenzione è lastricata la strada dell’inferno.
    Se il passaggio tra ciò che si dice e quello che si fa, fosse “repentino”, allora avremmo già risolto ogni forma di problema.
    Ti svelo un segreto..coniugare teoria e prassi non è cosa da tutti…sopratutto in questa città.
    ma allo stupodere non c’è mai fine..vedremo.
    auguri

  • no money il 20 novembre 2010 alle 17:48 ha scritto:

    …un’haiu capitu l’ultime 300 parole…

  • filosofy il 22 novembre 2010 alle 11:53 ha scritto:

    provo a sintetizzare per nomoney l’appello….
    (spero di essere chiaro).
    In sostanza quello che si dice è questo (detto con parole semplici e comprensibili a tutti).

    La congiuntura astrale, ha fatto si che la BIO-POLITICA alterasse le propaggini cognitive del pragmatismo ancenstrale. Gli effetti da essa prodotta minano gravemente le procedure concettuali della sintesi intellettuale, dove “l’humus semantico”,sposta la significanza da
    criteri analitici a criteri oggettivi. Alla luce di questo, ogni valutazione andropologica, trova difficoltà ad innestarsi nel dogmatico labirinto psicosomatico delle civiltà contemporanee. Va specificato inoltre, che venti nichilisti , da tempo attraversano le pianure andropizzate dalla diversità post-fordista. Non è da sottovalutare questo aspetto, per la ripresa del conflitto sociale, che vede intrecciarsi energie culturali ad energie cosmiche.
    I più scettici diranno che non c’è rivoluzione senza consapevolezza, e allora, nell’apocalittico e surreale quadro umano, non resta che sperare nell’algoritmo sperimentale delle equazioni umane.Per chiudere, non può suggellarsi alcun patto, senza che qualcuno di prenda per matto.
    spero di essere stato chiaro.
    x no money hai capito adessso.

  • no money il 22 novembre 2010 alle 14:18 ha scritto:

    muamuamua…. :) )

  • grullo il 22 novembre 2010 alle 15:19 ha scritto:

    AH! fINALMENTE UN COMMENTO CHIARO E LINEARE.
    PENSO PROPRIO DI ADERIRE.

  • idiocrazy il 23 novembre 2010 alle 10:44 ha scritto:

    non capisco questo accanimento per la forma in cui è scritto l’appello. non è dissimile da documenti prodotti dai movimenti di altre città italiane (manco fosse scritto in inglese), forse non vi va di entrare nei contenuti, oppure avete subito negli anni un imbarbarimento tale che non riuscite più a comprendere la vostra stessa lingua? se un termine vi sfugge potete prendere un dizionario, o se smanettate al pc potete sempre consultarne uno online, ma fatelo però e smettetela di prendervela con chi scrive. piuttosto approfittatene per imparare qualche termine in più e ringraziate umilmente chi non vi tratta come idioti, ma si sforza di dare un senso a quello che succede intorno al vostro naso. oppure come ultima analisi potete sempre accendere la tv e guardare uomini e donne, loro si che parlano un linguaggio alla portata di tutti, anche la vostra.

  • mommone il 23 novembre 2010 alle 11:19 ha scritto:

    Posso andare in bagno prèssò…

  • idiocrazy il 23 novembre 2010 alle 12:00 ha scritto:

    se ti aiuta a riflettere, vai pure… spero che tornerai cambiato e più predisposto a imparare qualcosa

  • filosofy il 23 novembre 2010 alle 12:37 ha scritto:

    Il linguaggio è una convenzione. Anche nello stesso idioma ci sono le differenze. Scolarizzazione, classe sociale, borghesia intellettuale, ceto politico, accademici, e per l’appunto filosofi, ogfnuno costruisce una convenzione linguistica relativa a “quell’ambiente”. Ecco, quello da voi usato mi sembra un linguaggio da ceto politico.
    Una “convenzione” che trova senso solo nella sublimazione
    concettuale di un gruppo che lo usa solo ed esclusivamente per la propria sopravvivenza politica ed intellettuale. Non vi è alcuna finalità “militante” nelle intenzioni degli “accademici” della rivoluzione. Non serve usare belle parole per accreditarsi come “attivisti”…molto più banalmente servono i fatti e mi pare che di questi c’è ne siano ben pochi.

  • idiocrazy il 23 novembre 2010 alle 12:57 ha scritto:

    non sono d’accordo per nulla. il linguaggio non è solo una convenzione: è l’unico modo che abbiamo per comunicare e soprattutto per lasciare tracce del nostro passaggio in questa società. certo ci si può esprimere anche con parole semplici, ma non si può scegliere tra parole e azione. sono entrambe importanti. c’è chi scrive, chi fa la lotta e chi fa entrambe le cose. però chi lotta non può farlo senza strumenti politici, sennò si rischia di diventare dei ribelli e non dei veri rivoluzionari. marcos guevara e senza allungarmi troppo, oltre che lottare sanno scrivere, pensare, discutere e scuotere le coscienze…..

  • idiocrazy il 23 novembre 2010 alle 13:08 ha scritto:

    e poi la “politica del Fare” mi ricorda vagamente qualcosa….

  • filosofy il 23 novembre 2010 alle 14:40 ha scritto:

    Non si può pensare di “sovvertire” sillogismi vecchi di millenni, con la presunzione (intellettuale) di chi pensa di vivere in un’altra era. Il linguaggio è, e resta (fino a prova contraria), prima di ogni altra cosa, una convenzione. Ogni linguaggio, può scomporsi, anche all’interno del proprio idioma. Questo (come si studia alle scuole elementari), è condizionato dalle circostanze sociali, culturali e ambientali. Nella loro evoluta contrazione alfabetica, gli inglese sintetizzano queste “trasformazioni idiomatiche”, in un termine :Slang. Quello che per noi dovrebbe essere l’equivalente di “espressione gergale”, anche se non rende bene la sintesi anglosassone. Perchè il gergo è assimilabile ad una comunità linguistica che abbraccia anche una area geografica, generalmente di discrete dimensioni. E’ noto che i dialetti di fatto hanno confini geografici. Il termine slang, oltre a questa definizione, tiene conto anche della possibilità,che all’interno dello stesso “gruppo linguistico”, possano svilupparsi anche dei “sotto gruppi linguistici. Cioè, può definirsi slang anche una convezione linguistica legata a poche persone.
    La questione, quindi, non è legata all’utilizzo dei termini, in quando tali, ma all’uso di uno “slang” che risulta chiaro appartenere ad una comunità linguistica ben precisa , cioè : quella del ceto politico.
    La distanza,non solo liguistica, che allontana il ceto politico, dal pensiero empirico, è cosa ampiamente dimostrata.

  • aspé il 23 novembre 2010 alle 16:23 ha scritto:

    x filosofy:
    fammi capire un attimo, credi che il linguaggio che esprime la ciroma sia assimilabile al linguaggio del “ceto politico”?
    personalmente credo di no, non fosse altro perchè sono evidenti le enormi differenze che ci sono tra la ciroma ed il “ceto politico”, per essere ancora più chiari, per ceto politico si intendono “i politici di professione”, in radio nessuno viene ripagato per il solo fatto di fare politica.
    Per farla breve, magari i politici di professione avessero la dialettica che esprime la radio, almeno si ci annoiava di meno, guarda per capirci ti suggerisco di andare a sentirti un qualsiasi convegno di qualsiasi partito, e poi di ascoltare radio ciroma, poi puoi giocare a tracciare le differenze

  • finchèc'èfilosofy il 23 novembre 2010 alle 21:48 ha scritto:

    c’è speranza!

  • libero pensiero il 24 novembre 2010 alle 10:30 ha scritto:

    Al di là di quello che può evocare, meglio una politica del fare che una politica del, solo dire.

  • idiocrazy il 24 novembre 2010 alle 11:58 ha scritto:

    bravo libero pensierino del mattino, e dimmi cosa bisogna fare? illuminami d’immenso. Dai, forza tu e filosofy che ha addirittura scomodato il dizionario e ci ha fatto la lezioncina sugli slang dirottando tutta l’analisi sull’unico punto in cui volevate arrivare: ciroma parla e non fa. anzi parla come il ceto politico. come se ne esistesse solo uno. continuo a pensare che siete solo dei piccoli provocatori…. anche perchè spulciando in altri post trovo sempre questa solita storia che c’è chi fa e chi parla. bene, allora lasciate ciroma parlare e voi fate fate. e dopo che avrete fatto fateci vedere quanto siete stati bravi. anzi avremmo già dovuto avere degli esempi del vostro fare, ma se la città è così nella merda, forse non avete fatto bene o fatto abbastanza. allora rimboccatevi le maniche e fate e non perdete tempo a psicanalizzare i documenti e proposte della radio. tutto questo tempo lo state togliendo al fare.
    fate fate

  • domanda il 24 novembre 2010 alle 13:01 ha scritto:

    Idiocrazy, posso chiederti cosa si prefigge il comitato “uniti contro la crisi”?
    Grazie.

  • idiocrazy il 24 novembre 2010 alle 13:24 ha scritto:

    cos’è ti secca leggere il documento e mi stai chiedendo di farti un riassunto? o anche tu sei tra quelli che non capiscono e rifiutano il dizionario? mi sembra sia abbastanza chiaro cosa si prefigge il comitato. poi si può essere d’accordo o meno con i contenuti e le pratiche di chi propone, però mi sembra che stiate esagerando nel distruggere tutto e bollare sempre chi si sforza di creare momenti di condivisione come il popolo del dire. non voglio essere ripetitivo, ma purtroppo sembra necessario: siamo tutti diversi, c’è chi ha buone capacità oratorie, chi è bravo a scrivere, chi a ironizzare e sdrammatizzare, chi a organizzare momenti pratici di lotta. per essere una forza completa, bisognerebbe mettere tutte queste energie insieme o perlomeno cercare di farle incontrare. a questo servono gli appelli e gli sforzi che ciroma e pochi altri fanno. oppure voi vorreste che ci si desse un appuntamento per spaccare tutto senza neanche sapere perchè? certo se si facesse così verrebbero un sacco di persone: frustrati, incazzati, esasperati, ribelli. sarebbe sicuramente più divertente che stare a discutere, litigare, confrontarsi, cercare strade e linguaggi non convenzionali per parlare ai più…. che palle, ma si spacchiamo tutto, non abbiamo neanche bisogno di saperci esprimere in italiano corretto, con tutti sti professorini che palle…

  • domanda il 24 novembre 2010 alle 15:05 ha scritto:

    Idiocrazy, ho letto il vostro documento, scritto magistralmente, ma veramente, credo di non aver afferrato il vostro obbiettivo, ecco il motivo della mia domanda, tutto quì.
    Un consiglio: non rispondete in questo modo a chi è curioso di sapere e vi pone delle domande, altrimenti nessuno vi starà più a sentire.
    Grazie.

  • idiocrazy il 24 novembre 2010 alle 16:33 ha scritto:

    hai ragione sui toni, scusami…
    mi sembrava una domanda pretestuosa, vista tutta la discussione.
    però ti chiedo cosa intendi per obiettivo.

  • Alberto (domanda) il 24 novembre 2010 alle 17:58 ha scritto:

    Nel documento si dice che, “Uniti contro la Crisi”, non dovrà essere, un super collettivo ma un luogo di discussione, per ritrovare identità e senso politico, consapevoli che non esistano ricette per uscire dalla crisi, (che mi sembra un concetto un po astratto).
    Poi dice: “la nostra vuole essere una scelta onesta…” (quale!?) e conclude con: “Noi, vogliamo, dobbiamo capire insieme, in comune, come fare…” (ad uscire dalla crisi?)
    Cioè personalmente, non ho capito bene che scopo ha la nascita di questo “luogo”; dopo la discussione sulla crisi (che è già un concetto abbastanza vasto), verranno raccolte delle firme, verranno fatte delle proposte da presentare? si interpelleranno le istituzioni?
    Ecco, è questo che vi chiedo, perchè nasce “Uniti contro la Crisi”?

    *non c redo che esista, allo stato attuale delle cose, una valida alternativa al neoliberismo, forse alle volte una privatizzazione, moderata, è meglio del bene pubblico lasciato a morire.

  • Hadouken il 25 novembre 2010 alle 15:26 ha scritto:

    Il vecchio Jack Burton dice sempre… basta adesso

  • filosofy il 25 novembre 2010 alle 19:05 ha scritto:

    Capita anche a me di spulciare gli altri post,e la risposta ricorrente ai questiti posti è sempre la stessa : ” in radio siamo tutti volontari, nessuno di noi è pagato..bla…bla….blaaa.
    Questo è indicativo della superficialità pragmatica con cui si affrontano i diversi temi. Mi riferisco, non solo ai temi giornalistici (raramente ho visto condurre inchieste in maniera esaustiva e coinvolgente, sempre perchè “non siamo pagati ..bla…bla”), ma soprattutto a quelli politici. Siccome “l’andazzo” è quello di pensare: “siccome il nostro dovere l’abbiamo fatto scrivendo questo “pezzo” la nostra coscienza politica è a posto. Tutto quello che viene dopo, a noi non interessa”. Anche se questo, ovviamente, non viene palesato, è il percorso politico che lo dice, nella oggettività delle sue “conclusioni”. Questo non è riconducibile solo a specifici percorsi, ma è relativo a tutta l’azione politica. Per cui, se si “progettano i percorsi”, partendo da questa ottica, è ovvio che le conclusioni siano scontate. Quindi, la consapevolezza di questo, fa si chè nella proposizione dell’attività politica ci si erga a “gradino teorico”, con l’alibi della necessità dell’analisi come sviluppo pragmatico del percorso. Le azione che “eventualmente ne derivano” (e sottolineo eventualmente), sono “indottamente” demantate ad altri, che di conseguenza dovranno anche assumersi le responsabilità di eventuali fallimenti. Proprio come fà il ceto politico : “noi analizziamo i fenomeni, ma in piazza e sulle gru ci vadano gli altri”.
    Per il resto…. non commento idiozie, puttosto argomento.

  • Francesca il 20 dicembre 2011 alle 10:00 ha scritto:

    Il punto per me è smepre lo stesso, dobbiamo iniziare noi tutti in primis a vivere in maniera più sostenibile, meno sprecona, meno viziata e attenta alle risorse, oggi le opportunità per vivere così ci sono, ma siamo tutti molto pigri.

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