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appunti sul 14

17 dicembre 2010 | Appunti di Sopravvivenza 9 commenti stampa stampa
 

Al G8 Sicurezza dell’anno scorso, sembrava tutto finito. Quattro gatti in piazza, tanto scoramento, poca voglia di cambiare il mondo o, nella migliore delle ipotesi, provare a costruirne un Altro.
Già qualche anno fa ce lo eravamo detti: “compa’, mettiamoci in marcia, ché il cammino è lungo. Bisogna attraversare il deserto”. Genova 2001 era passata da un bel pezzo, i cortei erano tornati a tre zeri, la sinistra in basso sembrava dissolta e con lei un’intera generazione che per anni s’era battuta per un’Altra democrazia e a difesa del Diritto di natura. “Forse è meglio così”, ci dicemmo. In fondo i linguaggi del sociale cambiano e i movimenti vivono una parabola naturale, ascensionale prima, da stelle cadenti nella fase finale. E la scia che lasciano, è un’energia vitale da non disperdere. Corpi, intelligenze e lotte rimangono nelle molecole delle città, pronti a riprendere nuova vita. Chissà, prima o poi ci rivedremo in azione.
Sì, però, tutto questo ragionamento rimbalzava nei nostri discorsi con un’ombra di amarezza. E serpeggiava una certa depressione. Perché nel frattempo il mondo tutt’intorno scivolava giù: l’acqua, la terra e l’aria aggredite da veleni di ogni genere e forma, l’università e la scuola depauperate e offese, cancellata la dignità di chi lavora, milioni di precari ridotti in schiavitù, i migranti trattati come carne da macello. C’era ben poco da stare allegri. Quale ottimismo potevamo coltivare? L’iniziativa politica assumeva la dimensione di una galleria di ritratti diafani, una pinacoteca di primi piani tristi e rabbiosi. Come in qualsiasi fase pre e post-apocalisse, migliaia di persone affidavano le speranze di riscatto ai vari Beppe Grillo, Di Pietro, Travaglio. In piazza, bandiere e simboli politici si riempivano di cognomi sterili. Incredibile. Davanti alle questure e sotto i tribunali c’era persino chi trovava il tempo e la faccia tosta di applaudire sbirri e magistrati, gli stessi che solo pochi decenni fa mandarono macellarono intere generazioni di movimenti votati alla ribellione.
Così ci siamo detti che ci rimaneva una cosa sola da fare: sovvertire, cioè unirci alle poche battaglie sociali superstiti, “perché noi dobbiamo esserci, proprio quando intorno non c’è nulla”. In effetti, bolle di conflitto persistevano. Alle nostre latitudini, si registravano piccoli tumulti contro i veleni industriali prodotti dal cambio di pelle del neoliberismo, iniziative per la difesa degli spazi sociali e del diritto alla casa, proteste di tanti precari spazzati via dalla prima ventata della crisi economica globale. Ma non bastava. In ogni caso, si percepiva la limitatezza di queste lotte.
Poi, come in un piacevole incantesimo, nel giro di pochi mesi, il vento è cambiato. I ragazzi neri di Rosarno hanno dato la sveglia. Tanti altri migranti si sono ripresi il corpo e la voglia di lottare. A Terzigno e in tanti altri paesini del sud la gente ha detto “Mo’ basta”. Nelle scuole e tra le università gli studenti hanno recuperato il piacere della rivolta, impossessandosi del sapere e della parola atrofizzati da annate di nichilismo berlusconiano.
Lo scorso 14 dicembre, il regalo più bello: un’intera giornata di ribellione condivisa e di massa, fuori dai palcoscenici allestiti dagli ultraliberisti di Bersani e dal teatrino triste della personalizzazione politica.
Resta ben poco da aggiungere e da commentare. In Calabria le fiumare, impetuose e improvvise, spazzano via tutto. Ecco, quella che ha attraversato Roma martedì scorso, è una meravigliosa fiumara umana che spazza via i potenti e i loro servi. Il boato unitario di piazza del Popolo, che ha accompagnato l’incendio della camionetta dei baschi verdi, testimonia la grande condivisione di chi subisce sulla propria pelle sfruttamento, devastazione ambientale, precarietà, nei confronti di quanti hanno scelto di andare al di là della digitalizzazione spettacolarizzata della critica all’esistente. D’ora in avanti, guai a chi tocca l’aria, l’acqua, la terra, la scuola, l’università, la dignità dei migranti, dei lavoratori e dei precari. Bentornato conflitto!


la delegazione Ciromatica Romana

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9 commenti »

  • madovel'avetetrovato? il 18 dicembre 2010 alle 13:58 ha scritto:

    “Nelle scuole e tra le università gli studenti hanno recuperato il piacere della rivolta, impossessandosi del sapere e della parola atrofizzati da annate di nichilismo berlusconiano”. berlusconi adesso è un alibi per tutto. è evidente che chi scrive non sa di che cosa parla, tanto dell’università qunto dei tumulti…

  • cico il 18 dicembre 2010 alle 15:48 ha scritto:

    … in effetti dell’università ho sempre saputo pochissimo. Forse qualcosina in più potrei dire a proposito dei tumulti.
    Comunque “berlusconiano” è soltanto un aggettivo sintetico per etichettare un’epoca. Come “craxiano”.
    Tranquillo. So bene che il Berlusca non è IL problema.
    Ma tu ci potresti illuminare sui cambiamenti nel mondo dei movimenti universitari? Dai, facci contenti: coniugaci uno di quei bei verbi originalissimi, tipo: eccedenzare, oppure decrescitare, così attingiamo pure noi alla fonte della tua saggezza.

  • daria il 18 dicembre 2010 alle 20:07 ha scritto:

    Indubbiamente, prima dell’Onda, sono stati anni di grandi fermenti politici e culturali nelle università italiane.

  • ma...? il 19 dicembre 2010 alle 12:51 ha scritto:

    direi che la suscettibilità non è la migliore risposta al commento critico, altrimenti ci si perde in liti da cortile.
    per entrare nel merito, l’euforia da “generazioni di movimenti votati alla ribellione”/ “Bentornato conflitto!” dice molto più di chi scrive che del fatto in sè. evidentemente c’è chi confonde giovanilismo e questioni sociali, o meglio, preferisce confondere se stesso nel “piacevole incantesimo della rivolta” per evadere da altre questioni. in questo caso il problema, serio, non è quello del singolo che beh, ce lo potrebbe evitare… ma comunque, è spacciare una cosa per un’altra e, soprattutto, ignorare cosa voglia dire la responsabilità del cambiamento.

  • cico il 19 dicembre 2010 alle 18:09 ha scritto:

    … neanche il tuo tono iniziale era propriamente scevro da venature emotive.
    Ma mo’ me lo spieghi in cosa consiste la “responsabilità del cambiamento”?
    E poi fatti un giretto in rete: è piena di commenti che – come il mio – partono da impressioni e racconti soggettivi su quel che è stato il 14.
    Se il racconto dei movimenti fosse dominio esclusivo di voi specialisti delle scienze sociali, sai che allegria!!!

  • Nino il 19 dicembre 2010 alle 19:01 ha scritto:

    … un cambiamento non è possibile. Si può solo provare a costruire dal basso un Altro mondo, attraverso piccoli e grandi gesti concreti. E per quello ce ne vuole di responsabilità…

  • Anna il 19 dicembre 2010 alle 23:19 ha scritto:

    Forse la “responsabilità del cambiamento” significa che bisogna farsi la tessera a SEL.
    Oppure che basta parlare o scrivere ottimi saggi sul cambiamento e questo avverrà?

  • claudio il 20 dicembre 2010 alle 15:15 ha scritto:

    meglio un giovanilismo persistente che una senilità precoce.

    tobbia@tin.it

  • Panzironi Emilio il 21 dicembre 2010 alle 12:16 ha scritto:

    In alto i vostri cuori, sono rivolti a Casarini…

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