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uniti contro la crisi

13 gennaio 2011 | Appunti di Sopravvivenza 2 commenti stampa stampa
 


Seminario – Meeting
Sabato 22 e domenica 23 gennaio 2011
CSO Rivolta Marghera – Venezia

Per info potete scrivere a meeting2011@globalproject.info

Programma Seminario/Meeting “Uniti contro la crisi”

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Uniti contro la crisi – Cosenza scrive al direttore di CalabriaOra P. Sansonetti in merito al dibattito su Reddito e New Welfare aperto da tempo sul giornale.
Egregio direttore,
anche se con un certo ritardo, ma la questione è ancora aperta, vorremmo riprendere il dibattito che dalle pagine del suo quotidiano lei ha sollecitato, circa la possibilità di un reddito (lei lo chiama salario minimo) per chi non lavora. Un reddito dalle caratteristiche diciamo universali, incondizionato, senza limiti temporali, individualizzato. Quello che noi, per comodità, chiameremo Reddito d’Esistenza, e che è uno dei tasselli fondamentali per una  ri/definizione del New Welfare. E’ bene ricordare che forme di reddito del tutto sganciate da qualsiasi forma di rapporto con prestazione di lavoro  sono asai diffuse nel resto d’Europa e negli Stati Uniti, e dunque se si adottasse questa misura saremmo nient’altro che in linea con gli altri paesi Ue. Che strano: quando si tratta di tagli alla spesa pubblica s’invoca sempre lo standard europeo, che però bellamente viene ignorato quando si tratta di garanzie sociali. Il che purtroppo è dimostrazione di quanto, fatto salvo quelli elementari, non ci siano Diritti, quanto e solo rapporti di forza da far prevalere. Ma questa è un’altra storia.
Tante sono le ragioni sociali ed economiche che possano giustificare l’introduzione di un Reddito di Esistenza. Sui giovani, oggi, vengono paradossalmente scaricati i costi insopportabili della Crisi: paga, e molto, proprio chi non ha partecipato ed è vittima della grande abbuffata di banche e dei gruppi finanziari, i veri responsabili della crisi.  Crisi che si cerca di arginare con un rimedio peggiore della malattia:  gli stati che hanno sborsato ingentissime quantità di denaro pubblico (cioè di noi tutti) per salvare l’economia liberista dalla catastrofe mondiale. Soldi andati a banche e istituti finanziari, che dal 2007 hanno aumentato i profitti del 27% con una sola direttiva: precarizzare l’intera società per salvaguardare la rendita finanziaria e parassitaria.
Non ci vuole acume per capire che è contro tutto questo che i giovani europei si stanno ribellando, la rabbia dei ragazzi del 14 dicembre non può essere ascritta a minoranze marginali.
Nel frattempo, la politica economica, indipendentemente dalla formula di governo al potere (Centro-Destra o Centro-Sinistra) diventa una tecnica di sostegno dei meccanismi di accumulazione, in modo che siano sempre più compatibili con le esigenze dell’Impresa e della Finanza.
La proposta di un Reddito, indipendentemente dalla disponibilità del lavoro, è una parola d’ordine che sempre più viene urlata nelle vertenze conflittuali che animano l’attuale scena europea.
La società che ci siamo lasciati alle spalle, quella della fabbrica manifatturiera, aveva una sua legge, secondo la quale l’emancipazione sociale e la possibilità di procacciarsi di che vivere (un reddito, per l’appunto) dovesse per forza passare attraverso la disponibilità al lavoro, in tutte le sue varianti di subordinazione gerarchica tra uomini ne donne. Insomma il salario come redistribuzione di quota parte della ricchezza di una nazione, potremmo dire.
Ma quando il processo di accumulazione, come avviene oggi è del tutto sganciato dalle condizioni di produzione, la redistribuzione della ricchezza, non solo non avviene più nelle forme tradizionali, quanto è accumulata nelle mani di pochi, poiché la rendita finanziaria, in un mercato sempre più globalizzato, ha necessità che la quantità di ricchezza di una nazione sia disponibile nelle mani di quanto meno persone possibile: anche in Italia pochissimi possiedono quasi tutto: questa è la nuova strada maestra, la nuova frontiera del capitalismo attuale e contemporaneo. La produttività non dipende più dal lavoro vivo ma dalle sempre più sofisticate tecnologie e la  disoccupazione non è più un fenomeno puramente congiunturale, bensì strutturale.
In tempi di crisi economica così acuta  e pervasiva,  il Reddito di Esistenza è una proposta di intervento economico generalizzato e egualitario, ovvero non discriminante nei confronti di alcuno, che concorre a definire il diritto alla vita.
Per Reddito d’Esistenza si intende un’erogazione monetaria a intervallo di tempo regolari, ad esempio un mese, distribuita a tutti coloro, precari, disoccupati, comunque inoccupati per consentir loro una vita minima dignitosa.
Il Reddito d’ Esistenza è da erogare, al di là della nazionalità, del sesso, del credo religioso e della posizione sociale, in età lavorativa, per il periodo che va dalla fine delle scuole dell’obbligo fino a quando non si trovi un lavoro. Lo scopo del Reddito di Esistenza è quello di fornire una liquidità spendibile così da consentire il pieno godimento del diritto alla vita.
Fra le tante buone ragioni del Reddito d’esistenza ci sarebbe anche quella di offrire a tanti giovani una forma di sostentamento utile a sottrarsi al sistema clientelare e mafioso messo in piedi dai nostri politici, tutti, primariamente da quelli che oggi si stracciano le vesti per forme di reddito universale: val la pena ricordare che questi politici  sono gli stessi che, dal Piano TELCAL in poi, hanno divorato per interessi personali e gestito assai discutibilmente, ingentissime somme di denaro pubblico, e non tutto può essere impunito.  Grazie per l’attenzione

I movimenti in piazza il 28 – Verso lo sciopero

Generalizzare lo sciopero di 8 ore che la Fiom ha dichiarato venerdì 28 gennaio e trasformare l’opposizione al modello delle relazioni industriali e sociali voluto dall’ad Fiat Sergio Marchionne in una proposta politica che garantisca il welfare e protegga le persone dalle forme neo-schiavistiche del lavoro. È a partire da questo presupposto che i movimenti aderiscono all’appello rivoltogli dal segretario della Fiom Maurizio Landini dalle colonne de Il Manifesto. Si tratta di un’adesione ragionata che viene da un mondo schiavo dell’ossessione del lavoro, come della sua intermittenza, che versa i contributi alla gestione separata anche se non avrà una pensione decente. «Sia pure con ritardo, e con non poche colpe – afferma Peppe Allegri, docente a contratto e formatore, firmatario dell’appello «uniti contro la crisi» – la Fiom si è resa conto che non è più possibile difendere la cittadella assediata dei garantiti. La precarietà si è generalizzata a tutte le forme del lavoro e riguarda più di una generazione alla quale devono essere riconosciute nuove forme di Welfare e di reddito garantito». Poche parole che rimettono ordine in un dibattito che sta scivolando verso l’ordinario gossip politico: cosa farà la Fiom con l’Idv? E con Vendola? Si separerà dalla Cgil? E così via strologando. «È un fatto – aggiunge Allegri – che la Fiom stia coprendo uno spazio dal quale la sinistra è scomparsa. Pensare però di creare un partito del lavoro significa perdere in partenza. Bisogna invece immaginare un sindacato che permetta agli esseri umani di vivere una vita autonoma e degna e lotti per una nuova idea di politiche pubbliche a partire dalla centralità della conoscenza, dei saperi e dei beni comuni». L’appello di Landini viene giudicato «molto positivamente perchè insieme ai metalmeccanici, studenti precari e ricercatori bloccheranno questo paese anche il 28» dice Alex Foti, editor milanese, anche lui firmatario dell’appello «uniti contro la crisi». «Mi si permetta però un rilievo amichevole – aggiunge – È ora di finirla con manifestazioni simboliche che non incidono sui rapporti di forza con la controparte imprenditoriale e governativa. Bisogna scegliere l’organizzazione. Propongo al coacervo di forze che affianca la Fiom in questa battaglia di creare una piattaforma politica e sindacale contro l’austerità che rilanci la spesa sociale e le regole di rappresentanza sindacali progressive». Anche per Andrea Alzetta di Action, consigliere comunale a Roma, il problema non è solo sindacale, ma politico. «Dopo Genova i movimenti hanno perso un treno – precisa Alzetta – sono stati cannibalizzati dai partiti in un verso o nell’altro. Con la Fiom abbiamo iniziato a discutere gli elementi base di un programma, ora però dobbiamo formulare una nuova agenda politica senza la quale per i movimenti non cambierà mai niente». Alzetta ricorda che non sono bastati due anni di gigantesche mobilitazioni nella scuola e nell’università per abbozzare le premesse di un dialogo sul lavoro e il welfare con un ceto politico sempre meno all’altezza. In questo modo i movimenti rischiano di restare soli, mentre dalla cittadella politica continueranno ad arrivare accuse di «conservatorismo». «I veri conservatori sono gli Inchino, i D’Alema e tutti quelli che da sinistra appoggiano Marchionne e pensano che non esista più un antagonista del capitalismo – accusa Luca Casarini dei centri sociali del Nord-Est – Noi invece stiamo assistendo ad una ridefinizione dei rapporti di forza che impone di superare le divisioni tra lavoro materiale e immateriale, tra lavoratori a tempo indeterminato e determinato, tra reddito e salario, tra produzione ed ecologia». Dunque, un salto di paradigma nell’analisi, come nell’organizzazione. Ma per fare cosa? «Ne parleremo con Landini nel seminario a Marghera il 22 e 23 gennaio a Marghera – risponde Casarini – il vero problema della nostra epoca è trovare una forma comune di welfare per tutte le figure del lavoro».

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2 commenti »

  • willy maltese il 11 gennaio 2011 alle 16:30 ha scritto:

    Aderisco con immenso piacere e voglio portare la solidarietà mia e quella dei lavoratori del pubblico impiego. Il problema di voler ridurre la FIAT ad una caserma e portare indietro di un secolo i diritti che i lavoratori italiani hanno ottenuto con anni ed anni di lotta oggi interessa i metalmeccanici, ma il progetto è quello di estenderlo a tutte le categorie!!!! Dobbiamo regire con forza facendo capire a tutti i lavoratori il pericolo che stanno correndo!!

  • corto maltese il 12 gennaio 2011 alle 16:34 ha scritto:

    Oggi i metalmeccanici, domani i marinai…
    Aderisco anche io.

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