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Del lavoro, della vita e della rivolta ai tempi della governance

24 giugno 2011 | Appunti di Sopravvivenza 1 commento stampa stampa
 

di Marco Fama

É lunga, oltrechè incerta, la lista di richieste che, come redattori di novelli cahiers de doléance, andiamo stilando da tempo, nell’attesa forse vana di muovere guerra all’impero e condannare a morte il bio-potere.
Il primo grande problema con cui ci troviamo a dover fare i conti sorge nel capire innanzitutto contro chi e cosa debbano essere indirizzate le nostre “rimostranze”, quale bastiglia valga realmente la pena assaltare, senza scadere in quelle stucchevoli visioni cospirazioniste che tanto vacuamente si sforzano di descrivere il mondo come diviso tra buoni e cattivi o, ancor peggio, come dominato da un manipolo di “savi” questa volta non più di Sion, ma di Wall Street, rapportando così facendo il grado di complessità delle questioni da affrontare alle ristrette capacità di analisi di cui si dispone.
Per iniziare, sarebbe invece opportuno riconoscere, aldilà delle trame ordite dai grandi mostri del Washington Consensus, come la forza del nuovo e tanto impudentemente decantato paradigma della governance risieda proprio nell’intangibilità di questa, nella sua capacità di occultarsi dietro ogni potere costituito trasformandolo in una sorta di impotenza generalizzata, in una sussunzione totale al capitale, unico vero sovrano dei tempi moderni.
C’è parte di questa poderosa impotenza in ognuno di noi quando, tanto per dire, ci rechiamo al discount alla ricerca del prezzo più conveniente, in sostanza – benchè non automaticamente – quello che incorpori la minor quantità possibile di lavoro vivo o, più probabilmente, che spinga al massimo il suo sfruttamento.
In tal senso la crescente sperequazione a detrimento dei lavoratori, l’incessante spoliazione della ricchezza da essi prodotta – resa ancora più metodica dal processo di finanziarizzazione dell’economia -, è qualcosa in più di un mefistofelico piano messo segretamente in piedi dall’impero del male. É, semmai, la vita  stessa dell’impero globale, il sangue che scorre nel suo corpo acefalo sorretto dalle nostre tante, piccole, quotidiane ragionevolezze. Di queste, apparentemente innocue, ragionevolezze – da non confondersi con la presunta, fatua razionalità dell’homo oeconomicus -  è lastricata la strada per la dissolutezza.
Non ha importanza quanto in alto, o quanto in basso, possa esprimersi la nostra complicità al sistema: quand’anche essa fosse il frutto di un vero e proprio ricatto c’è comunque una perversa linea che lega  il bisogno, tutt’altro che indotto, del lavoratore precario di arrivare a fine mese alla rapacità degli avvoltoi dell’alta finanza.
In questa originale forma di totalitarismo che qualcuno ha ben pensato di chiamare “dittatura del pensiero unico”, ognuno di noi obbedisce banalmente alla “fredda logica del profitto”, in maniera per certi versi non dissimile da quella di quei burocrati che dirigevano il traffico dei convogli carichi di ebrei da portare al massacro come se si trattasse di cumuli di carbone.
Migranti ed altri innumerevoli schiavi dei giorni nostri sono le vittime invisibili di un nuovo olocausto che si compie in nostra presenza, mentre ce ne torniamo a casa convinti di poter assolvere la nostra coscienza per aver comprato un chilo di arance biologiche.
É questo, paradossalmente, un motivo per cui non riesco a sentirmi totalmente a mio agio in compagnia di taluni il cui tanto raffinato senso critico non è in grado che di produrre semplicistici anatemi nei confronti vuoi degli imprenditori, vuoi delle banche, come se il vero problema da risolvere non fosse ben più complesso.
Penso che vada compreso, invece, attraverso quali dinamiche mortificare il lavoro pur di abbatterne il costo o collegare “linfaticamente” schiere di piccoli risparmiatori al mercato per succhiarne il sangue siano diventati il solo modo che consente al sistema di riprodursi; un sistema che appare esso stesso alla mercè di processi oggettivati a tal punto che nessuno di quegli stessi poteri da cui hanno preso il via sarebbe ormai realmente in grado di imbrigliarli, neppure tutto il gotha del capitalismo mondiale all’occorrenza riunito.
In tale contesto men che meno può stupire l’ottusità di certi sindacati o di certi apparati della sinistra supinamente convertiti all’adorazione della produttività, quasi non fosse questa sempre stata un’arma nelle mani dei padroni; gli stessi apparati che, giusto per fare un esempio, si scagliano obliquamente contro i tagli all’istruzione e alla ricerca senza comprendere appieno che la sola ragione per cui il sapere dovrebbe rimanere in mano pubblica è proprio per sottralo alle grinfie del mercato, non già per dotare le industrie patrie dell’ultimo ritrovato tecnologico in grado di renderle più competitive all’interno del sistema-mondo.
É in questa, tutto sommato comprensibile, ottusità che si compie il “salto mortale” della governance scandita nei tempi e nei modi del bio-capitale. Nella sua mesta capacità di trasformare il diritto al lavoro nel privilegio di non perderlo; la saggia improduttività del lavoratore pubblico nostrano in una sorta di imperdonabile eresia.
Se è così, allora il nostro obiettivo deve in primo luogo essere quello di sabotare proprio questa strisciante, realistica “oggettività”; diseducare i corpi attraverso una ginnastica di senso opposto, ma ugualmente rigorosa, rispetto a quella che quotidianamente li addestra all’obbedienza, facendo finalmente in modo di riconsegnare il potere nelle mani dei soggetti. Non del potere propriamente inteso come dominio dell’uomo sull’uomo si parla, quanto semplicemente della capacità di riacquistare il controllo delle cose da cui siamo oramai posseduti, così da rimettere la storia – di cui tanto ingenuamente è stata preconizzata la fine – in moto.
Enunciata in questi termini, che francamente si vorrebbe – salvo non riuscire nell’intento – rendere meno retorici, la questione appare per quella che è: ovviamente tutt’altro che semplice. Di quali strategie potremmo mai disporre per assolvere a tale compito? Come aprire il varco ad una nuova socialità non più fondata sulla sistematica menomazione delle soggettività a vantaggio del regime produttivo? Come riprendere quel percorso interrotto verso la liberazione dei corpi, delle menti, del tempo?
Sono, queste, domande evidentemente aperte le cui risposte, che ciascuno è pur libero di declinare come meglio crede, andranno comunque ricercate direttamente sul campo, camminando domandando, come insegna il vecchio adagio zapatista.
In ciò, tuttavia, è bene tenere in mente come tanto la storia della conflittualità sociale quanto la  famigerata reattività dell’economia borghese abbiano molto da insegnarci. Sorprendente è stata in particolare la capacità di risposta che quest’ultima ha dimostrato nei confronti dei sussulti di emancipazione del lavoro vivo, ogni qualvolta si è assistito ad un transeunte ribaltamento dei rapporti di forza strutturali in favore di questo. Procedendo per tentativi, pazientemente, il capitale è sempre stato in grado di ricostituire l’ordine funzionale alla sua valorizzazione, sostituendo alle sue esibizioni meramente muscolari l’ineluttabilità del suo stesso divenire.
Da ultimo, il successo del neoliberismo non va ricercato tanto nei suoi singolari proclami; non è tanto imputabile a Milton Friedman e ai suoi solerti allievi da Chicago mandati in giro a convertire il mondo, quanto all’urgenza stessa delle cose. Nel suo progressivo imporsi esso ha tratto infatti vigore dalla sua capacità di presentarsi come la sola risposta concretamente attuabile nei confronti della crisi del compromesso social-democratico ormai incapace di contenere quelle stesse forze che aveva liberato.
Per il capitale non poteva esserci occasione migliore per sbarazzarsi di un potere divenuto oramai troppo ingombrante – quello statuale -  all’ombra del quale era pur lungamente cresciuto, che far sue, ribaltandole, quelle istanze di emancipazione che il lavoro vivo pretendeva per sè.
Eppure, nonostante tutto, non bisogna nemmeno sottovalutare le conquiste delle lotte passate. L’attuale fase di reflusso di queste è imputabile da un lato all’indebolimento strutturale dei lavoratori, alla loro sistematica “cellularizzazione” ed alla conseguente irrappresentabilità delle istanze fortemente singolarizzate; dall’altro al progressivo defilarsi dello stato, terreno di scontro a lungo privilegiato nella contesa tra capitale e lavoro.
Le nostre difficoltà risultano pertanto aggravate dal dover individuare al contempo non solo le nuove soggettività, ma anche i nuovi oggetti ed i nuovi spazi dell’antagonismo.
Nel tentativo di fare ciò si tenga conto di come da entrambi i lati del rapporto di produzione si sia sempre condiviso per lo meno un comune desiderio, ovverossia quello di riuscire a fare in qualche modo a meno del lavoro: da una parte meccanizzandolo, parcelizzandolo, delocalizzandolo; dall’altra sabotando i processi produttivi, rallentandone i ritmi, rivendicando la supremazia dei tempi di vita su quelli della fabbrica.
In tale ottica il passaggio al post-fordismo ha inaugurato una nuova fase senz’altro favorevole al capitale; nondimeno, sarebbe un errore non considerare quella forza latente che sempre e comunque giace nella materialità del lavoro vivo. Questa forza intrinseca bisognerà trovare il tempo ed il modo di far riemergere, di riorganizzare, rendendola, si direbbe, all’altezza del general intellect. Su questo punto, invero, vale la pena soffermarsi: su come, cioè, i nuovi modi di produzione post-fordisti tendano a fissare proprio l’ “intelletto generale” non più – o non solo – nelle macchine “sorvegliate” dall’uomo, quanto nell’uomo da esse sorvegliato; nelle interconnessioni tra corpi e macchine, ma anche – e per quel che può interessarci soprattutto – nelle cooperazioni interpersonali.
Ciò fa anche si che nel mentre per un verso la vita si trova ad essere vieppiù inscritta nella funzione valorizzante del capitale  – nell’affermarsi intensivo ed estensivo di questo –, per l’altro il capitale non possa che essere incapace di assorbire tutto il valore che la vita  stessa – sempre più potenziata nelle sue capacità relazionali – ha da esprimere.
É da questo spiraglio che bisognerà, a mio avviso, ripartire. Le recenti mobilitazioni, pur nella loro specificità e nella loro apparente immaturità, paiono cominciare a delineare su un piano concreto lo spazio di un’azione possibile nei confronti di un modello produttivo la cui crisi, pur senza eliminarne la vigenza, ne lascia presagire la deperibilità.
La vera battaglia si giocherà quando le contraddizioni dell’attuale sistema esploderanno a tal punto da non consentirne più la riproduzione pacifica; quando arriverà finalmente il momento di decidere il futuro della no-future-generation.
Il tempo stringe, sarà meglio essere pronti.

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1 commento »

  • Ivan Ilich il 24 giugno 2011 alle 19:31 ha scritto:

    il futuro è una garanzia del progresso, tramontata la modernità scompare anche l’aspettativa che il futuro sarà migliore del passato. Si tornerà a vivere il presente nell’incertezza, il sentimento che ha accompagnato l’uomo dall’alba dei tempi. La liberazione dal futuro sprigiona desideri e passioni prima imbrigliati nel meccanismo di bisogni e costrizioni dello stato-nazione. la fine della modernità è un’occasione da non perdere, non dovremo più sacrificare il presente in nome di un futuro migliore.

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