life is bliss(ett) (da il quotidiano della calabria – 06/04/10)
Prologo
Life is Bliss(ett) – La vita è estasi
Sembra un paradosso parlare dell’insondabile moltitudine dal nome Luther Blissett, straordinaria operazione di “guerriglia culturale” diffusa a macchia d’olio e con velocità impressionante nella vecchia Europa proprio sulla carta stampata. Lo è perché forse descrivere il progetto blissettiano può suscitare un certo “imbarazzo”, se così lo si vuol chiamare, per i media considerati tradizionali. Eppure, a dieci anni di distanza dalla conclusione del “piano quinquennale”, lavoro difficilmente collocabile dentro le etichette dell’attivismo e della provocazione, ciò che balza agli occhi è come il “mito” Luther Blissett sia ritornato all’interno di spazi molto ristretti, nuovamente rinchiuso tra le mura fin troppo solide della performance. Smaterializzato in un attimo. D’altronde pero’ Blissett non fu soltanto un gioco per appropriarsi del nome proprio di uno dei giocatori di calcio più scarsi che l’Italia abbia mai conosciuto, ma fu un esperimento globale, un nome multiplo sotto il quale sono stati raccolti infiniti progetti. Nel 1994 la rete era soltanto in una fase embrionale, benché abbia contribuito tantissimo, nel corso della stessa evoluzione del sistema, a spianare il terreno dell’immaginario utile alla prolificazione del folk hero Blissett. Il web, con la sua struttura orizzontale e a-gerarchica, almeno fino alla fase 2.0, quella dei social network del controllo, ha fatto si che le informazioni potessero muoversi seguendo metodi tentacolari, superando le barriere fisiche della cosiddetta arte postale. Già prima del 1994, quando in Europa cominciò a condensarsi un’intera schiera di artisti radicali che cominciò a “disegnare” il personaggio Blissett, furono usati diversi nomi multipli (uno su tutti Karen Eliot), riprendendo sotto diversi aspetti quel concetto di “morte dell’autore” caro a Barthes. Una pratica ben nota soprattutto nel giro dell’arte postale. Ancora oggi migliaia di persone utilizzano il circuito classico della posta per scambiarsi di tutto senza alcun limite imposto di proprietà intellettuale. Cartoline di stati inesistenti, fatto peraltro ripreso da tre australiani che si sono inventati lo stato della Molvania; francobolli falsi del quale fu un esperto Gianluca Lerici (1963-2006), straordinario illustratore underground conosciuto con il nome di professor Bad Trip; demotapes di musica radicale, spesso collegata all’area grigia del rumorismo come i neozelandesi Luther Blissett e band musicali mai esistite ma puntualmente recensite o comunque annunciate. Il termine coniato non poteva essere dei migliori: “mind invaders”, invasori pronti all’assalto dissimulato. Con questi presupposti non restava che espandere il verbo e trasformare Blissett nel mito di fine millennio.
L’Italia, che in termini di radicalismo almeno fino alla fine degli anni novanta non è stata seconda a nessuno accolse l’iniziativa fin dalla sua fondazione. Nel libro “Mind Invaders. Come fottere i media: manuale di guerriglia e sabotaggio culturale” si può ritrovare uno dei primi manifesti blissettiani made in Italy. Al momento della pubblicazione a metà anni novanta dietro il nome multiplo già si celano tantissime persone, spesso slegate tra di loro. Ed è già un fiorire di pamphlet, azioni culturali, happenings e interventi. La citazione è del critico musicale Vittore Baroni, uno dei maggiori promotori del Blissett: “Create le vostre opere di Luther Blissett, create il vostro Luther Blissett e lasciatelo circolare liberamente assieme all’originale. Teniamo viva e visibile la leggenda dei Luther Blissett Virtuali”. La frase peraltro è ripresa da un altro leggendario artista postale, Ray Johnson, a sottolineare il carattere aperto della cultura e il carattere di Blissett come open popstar. Inutile dire che il progetto Blissett automaticamente diventa “arma di distruzione di massa” del sistema tradizionale delle comunicazioni. Dalla nozione di individuo, concetto assolutamente imprescindibile nella civiltà occidentale si passa all’affermazione del con-dividuo. Sempre da Mind Invaders; “Ogni singolo corpo-mente (ogni -dividuo) è attraversato da vorticosi flussi di comunicazione che, travalicando i confini del corpo individuale, creano un’elastica comunanza tra le singolarità, la con-dividualità”. L’eroe folk, il “trickster”, colui che vive nascosto nella boscaglia pronto all’agguato. Visibile e allo stesso tempo trasparente, una vera e propria arma scagliata contro i media “verticali”. Televisione, carta stampata e chi più ne ha più ne metta. Le beffe messe in atto in Italia furono tante, la più grande riguarda la trasmissione “Chi l’ha visto?” che si incuriosì del caso di Harry Kipper, presunto artista scomparso durante un viaggio in bicicletta al confine jugoslavo. Una storia che si rivelò una bufala clamorosa messa in piedi dai Blissett. Poi l’occupazione di un autobus notturno a Roma dove al suo interno venne allestita una vera e propria festa mobile improvvisata. Neanche le case editrici poterono far nulla contro Blissett, in particolare la Mondadori. Con un comunicato datato 6 marzo 1996 viene svelato l’inganno di un libro firmato da Giuseppe Genna che racconta di una presunta intervista a Luther Blissett: “Sta per essere spacciato nelle librerie di tutta Italia Netgeneration, libercolo firmato col nome multiplo “Luther Blissett” [...]. L’operazione consiste nella risciacquatura e nella banalizzazione sistematica di alcuni aspetti – a mio parere i meno interessanti – del cosiddetto Luther Blissett Project. Oltreché per la pochezza dei contenuti, Netgeneration (libro tedioso e imbecille finanche nel titolo) è esecrabile per lo squallido tentativo di mettere sotto copyright la firma “Luther Blissett”, che è invece libera, fluttuante, adottabile e adattabile da chiunque”. Il “piano quinquennale” di Blissett è una vera e propria bomba. A Viterbo, per un anno, la stampa insiste sulla proliferazione di una pericolosa setta satanica, la scoperta, un anno dopo, fu completamente diversa. Ancora una volta era tutta una montatura del Luther Blissett Project. Nel 2000, a Cosenza, cominciarono a comparire scritte enigmatiche sui muri della città, una di queste portava la firma Luther Blissett, in città il progetto però venne dichiarato concluso nell’arco di pochissimi mesi. Intanto nel 1999 Einaudi pubblica Q, un romanzo “monstre” ambientato tra il 1518 e il 1555, il tam tam è immediato, il romanzo si trasforma subito in un best seller. Poco tempo dopo quattro membri della colonna italiana del Blissett Project diranno di esserne gli autori. Blissett ormai è morto (ma ancora liberamente utilizzabile) mentre è pronta a nascere una nuova star, questa volta senza nome.
Parte 1
Omnia Sunt Communia
Slavoj Zizek, filosofo di Lubiana, difensore quasi all’estremo di un certo marxismo di stampo lievemente leninista si è divertito molto nel suo volumone “In difesa delle cause perse: materiali per una rivoluzione globale”(2009 Ponte delle grazie). Tra cultura pop e filosofia lacaniana Zizek ha tentato di ricostruire la mancanza di un’alternativa alla modernità assoggettata al capitale. Secondo Zizek servirebbe un nuovo pensiero, una rivoluzione vera e propria capace di riportare il discorso nuovamente nei termini alla base del concetto di “altro mondo possibile”. Le premesse ovviamente sono diverse, riesce quasi impossibile accostare Zizek a Q. Anche se fino ad ora nessuno ha mai chiesto al filosofo se abbia mai letto questo romanzo.
Eppure l’opera firmata Luther Blissett, lavoro ambizioso e collettivo non soltanto racconta l’esigenza di un momento ben radicato nel presente, ma stravolge molti aspetti della dimensione del romanzo, dall’uso della lingua al continuo intrecciarsi di storie in un tempo apparentemente lontano dalla semplice attualità. Q è il romanzo dei vinti e dei diseredati, è il dipinto di un Lutero calcolatore e freddo, bramoso di conquista e potere. Di una chiesa corrotta dalla brama di conquista. Capitoli densissimi che si incrociano dopo lunghe digressioni. Q è un manifesto della letteratura nuova, è uno scrivere ostinato militante. Il romanzo è profondamente immerso nella storia, narra di fatti reali sotto lo sguardo di un personaggio inventato, che attraversa un’epoca conosciuta soltanto nei piccoli sunti nelle antologie di storia. Tra le pagine vengono raccontate le gesta degli umili, le lotte contadine di Frankenhausen e le idee di Thomas Muntzer (1489-1525), pastore riformato protestante tedesco che diventò il nemico numero uno di Lutero e della Chiesa. Il cammino è cronologico, visto dagli occhi di un personaggio dai mille nomi. “Omnia Sunt Communia”, tutto è di tutti, è il motto che scorre lungo le numerosissime pagine. Il romanzo si muove su tre momenti, da Frankenhausen alle rivolte anabattiste, passando per il grande fallimento della rivolta di Munster. Fino a giungere a Venezia e ad un libello, “Il beneficio di Cristo”, stampato per la prima volta a Venezia nel 1592. Un libro scritto da Benedetto Fontanini in cui si teorizza la giustificazione per sola fede. La salvezza come dono di Dio per mezzo della sola fede. Il libro fu uno dei classici dell’eresia di quegli anni. Q invece, in un ambiente da spy story, pieno di intrighi e di avventura, diventa uno dei libri più belli di fine millennio scorso.
L’attenzione è alle stelle, e viene rapidamente montato il caso. Il quartetto di autori si trasforma in un quintetto e nasce il collettivo Wu Ming, che tradotto starebbe pressappoco per “senza nome”. Gli autori si rivelano, ma restano nascosti da telecamere e macchine fotografiche, e aprono una stagione letteraria unica nel suo genere in Italia. Come una band musicale creano arte sotto un unico nome, e come un gruppo musicale figlio della “tradizione” punk aggrediscono determinati codici utilizzando il metodo della “dissimulazione”. I Wu Ming nascondono la rivoluzione tra le parole, inducono all’attenzione costante e con l’inchiostro smuovono giganteschi cumuli di terra vecchia. Roberto Bui (Wu Ming 1), Giovanni Cattabriga (Wu Ming 2), Luca Di Meo (Wu Ming 3, dal 2008 fuori dal collettivo), Federico Guglielmi (Wu Ming 4) e Riccardo Pedrini (Wu Ming 5) aprono nuove prospettive nella creazione dell’opera. Reintroducono, ripescandolo dalle pratiche “open” blissettiane e dalla cultura del Do It Yourself (letteralmente “fallo da solo”) del punk, il concetto di Copyleft, di libera circolazione dell’opera a titolo gratuito. Il diritto d’autore diventa un confine labilissimo. Come infatti tutti i libri pubblicati dal collettivo sono liberamente scaricabili dal loro sito, le opere possono essere riprodotte anche completamente purché venga citata la fonte e non vengano utilizzati i testi per scopo di lucro. Il plagiarismo all’ennesima potenza è anche diffusione della letteratura 2.0. Si tratta di una nuova epica italiana, militante, vicinissima alla pop culture e al tempo stesso capace di comunicare contenuti nuovi, superando i confini dell’ormai ammuffito postmodernismo. L’alba di una letteratura capace di raccontare i fatti, di muoversi tra le maglie del mondo moderno, disegnarne il male e dipingere quel movimento, frattale, a strapiombo nel nuovo millennio. Q, sotto alcuni aspetti diventa il simbolo del modello altermondialista. Da Seattle nel 1999 fino alla mattanza di Genova del 2001 quel testo diventa fondamentale. Dieci anni dopo, sulla loro seguitissima newsletter “Giap” la banda pubblicò un lunghissimo memoriale sulla loro esperienza in merito a quel romanzo. In un passaggio chiarificatore il quintetto tenta di dare una ragione a quel momento e al concetto di mito. Implicitamente indicano quale potrebbe essere la “strategia di sopravvivenza” al mondo della modificazione perenne.
“Nessuno può cancellare il mito dalla mente degli umani. Di fatto, ogni iconoclasma finisce per generare il culto di nuove icone, contro cui si scaglieranno gli iconoclasti di domani. Il ciclo non si interromperà mai, finché non capiremo come funzionano quelle narrazioni. Il problema dei miti non sta nella loro intrinseca falsità, verità o pseudo-verità. Il problema dei miti è che si rapprendono e inaridiscono quando li diamo per scontati. Il flusso dei racconti va tenuto vivo e vivace. Dobbiamo narrare con sempre nuovi mezzi, cambiando sguardi e punti di vista. Dobbiamo mantenere le storie in costante esercizio, per impedire che, indurendosi, ci intasino la mente. Chiaramente, si tratta di un compito difficilissimo, e per molte ragioni.”
Parte 3
La nuova epica
Cambiare sguardi e punti di vista, continuamente. Raccontare storie dimenticate, passaggi di tempo. Nel 2008 viene pubblicato il “memorandum” New Italian Epic, dove si cerca finalmente di inquadrare questa creatura informe che raccoglie a sé diversi oggetti letterari Nei romanzi Nie ci sono punti di vista differenti, “sguardi obliqui”. La forma letteraria si trasforma, non è più soltanto mero esercizio di stile, come può essere il tardo post moderno, anzi si parte proprio dal rifiuto di uno sguardo distaccato dal reale. La necessità della letteratura è quella di descrivere la realtà, riportando sui binari della narrazione l’indiscutibile fatto di essere all’interno della cultura pop, di “sporcarsi le mani”. Muoversi al suo interno e descrivere le sue implacabili sfaccettature. I Wu Ming continuano a scrivere, dopo Q arriva Asce di Guerra, scritto assieme a Vitaliano Ravagli, libro nel quale analisi storica e narrazione si fondono in maniera estremamente complessa, poi 54 e Manituana, l’ultimo dei quali doveva far parte di una trilogia sull’America e sui nativi americani bloccata in partenza a causa della defezione di Wu Ming 3. In tutti questi romanzi, da leggere avidamente, si vede chiaramente qual’è lo spirito del Nie: costruire oggetti letterari sempre più inclassificabili nella semplice forma romanzo. Wu Ming 1 nel suo memorandum sottolinea il fatto che un libro-verità come Gomorra di Roberto Saviano rientri proprio nella categoria degli oggetti non identificati, i cosiddetti UNO, Unidentified Narrative Object. Insomma, nella semplificazione linguistica che rende questi romanzi dei best seller assoluti c’è un tentativo feroce di trasformazione del linguaggio, di adattamento del punto di vista all’interno di costruzioni indeterminate. A volte nella lettura si ha la netta sensazione che i personaggi, che nei libri di Wu Ming sono sempre tantissimi, e la Storia, intesa come concatenazione di eventi, abbiano molto di più da raccontare. Non solo fiction ma anche intense cavalcate sui momenti. Avanguardia? Neanche per sogno, è “il nuovo che avanza”, multiforme, difficilmente distinguibile e fattore dominante. Wu Ming 1 lo spiega chiaramente in una lunga intervista con Henry Jenkins III pubblicata in Italiano sul sito Carmilla.org.
Tra l’altro, che significa “avanguardia”? “Avanguardia” è un termine connotato militarmente, significa essere in prima linea nella battaglia. Troppo spesso, l’avanguardia si gira e dietro non c’è più nessuno, la retroguardia non ti ha seguito, perché hai marciato troppo in fretta e/o nella direzione sbagliata. Questo è il problema delle avanguardie artistiche e politiche. A Luther Blissett non è successo, perché Luther Blissett era un contagio da diffondere, inoltre c’era un aspetto “educativo”. Se una beffa riusciva, la rivendicavamo e spiegavamo nei particolari. Spiegare: questa è una cosa che l’avanguardia non fa mai, anzi, ci gode a essere oscura. Questi scambiano l’oscurità per radicalità, non vogliono che il popolo acceda alle loro opere. Sono nemici del popolo. Da quel punto di vista, noi non siamo esattamente un’avanguardia: non ci siamo mai comportati così. Più persone capiscono quel che stiamo facendo, e più noi siamo felici”.
La trasmissione diviene fondamentale, nulla di indiscutibile (come può essere per No Logo di Naomi Klein, divenuto la bibbia del moderno contestare, peraltro già ampiamente superato) ma costantemente aperto alle circostanze e soprattutto ai lettori. I Wu Ming ne hanno fatto un vero e proprio manifesto. Attraverso la comunità virtuale hanno mantenuto un legame strettissimo con i lettori, incitando anche ad allargare le narrazione, operare la cosiddetta fan fiction. Lasciare spazi sempre più ampi di creazione letteraria. Insomma una letteratura popolare e “transmediale”, che si presta ad un utilizzo multiplo oltre la semplice forma scritta. Si potrebbero definire una band di sperimentatori tout court, lontanissimi dalla massificazione narrativa contemporanea. Letteratura che è di certo consumo ma anche difficilmente percettibile. Pochi mesi fa in libreria è uscito “Altai”, che riparte proprio da dove il romanzo Q terminava. Nulla a che vedere con una cosiddetta parte due, anzi è un libro che può anche essere letto indipendentemente dal resto. In verità dopo la defezione di Wu Ming 3 il gruppo ha superato forse lo scoglio più difficile, quello di se stessi. I Wu Ming l’otto aprile saranno a Cosenza a presentare la loro ultima fatica, la storia stavolta la lasciamo raccontare a loro, un po’ come vibrare scorrendo le pagine. L’attesa vale sempre più di qualsiasi altra cosa, anche se a volte significa non esprimersi. Che non è mai cosa facile per nessuno.
Bibliografia essenziale
Romanzi collettivi pubblicati tutti per Einaudi e scaricabili gratuitamente su www.wumingfoundation.org:
Luther Blissett – Q
Wu Ming e Vitaliano Ravagli – Asce di Guerra
Wu Ming – 54
Wu Ming – Manituana
Wu Ming – Altai
La band ha sfornato anche alcuni romanzi solisti, la voce di Wikipedia è molto esaustiva in merito.
Sul New Italian Epic anche questa volta l’enciclopedia libera dà un quadro esaustivo, anche se in maniera fin troppo semplicistica. Il testo New Italian Epic è pubblicato da Einaudi
Si rimanda anche al sito www.carmilla.org e a Wu Ming Foundation per alcune considerazioni in corsivo nel testo.
Per quanto riguarda Luther Blissett invece si rimanda allo sterminato archivio su www.lutherblissett.net e ai libri:
Mind Invaders (Castelvecchi)
Totò, Peppino e la guerra Psichica 2.0 (Einaudi)
Valerio Panettieri



Considero Q uno dei più importanti libri editi in Italia negli ultimi venti, trent’anni. Un unicum, anche per le ragioni sopra esposte.
Le considerazioni su Internet forse valevano qualche anno fa, ora mi sembra che ci si predisponga verso Internet con la stessa passività riservata alla tivù e ai giornali. Facebook poi è un attentato alla decenza. Come si può teorizzare una democrazia del web quando al di fuori del desktop c’è solo la sua mistificazione?
Ai nomi multipli, molteplici ( non del tutto scomparsi specie nei territori di certo rock più o meno indipendente) si sono sostituti, gli alias, i nick name, gli aka, il sotterfugio anonimo diffusissimo nel web alle nostre latitudini.
Per fortuna di noi lettori non esiste solo Wu Ming (lettura oltremodo piacevolissima peraltro e mai banale)
ma anche altro, soprattutto fuori dai nostri confini. Ogni autore ha la sua filosofia letteraria. Non mi piacciono le teorie assolutiste sull’arte a prescindere.
All’antitesi del collettivo Wu Ming ad esempio c’é Orhan Pamuk. Ecco il link di un articolo sul corriere della sera.
Pamuk, elogio della solitudine
«Bisogna fuggire la gente. E trovare il coraggio di chiudersi in una stanza»
http://archiviostorico.corriere.it/2007/giugno/12/Orhan_Pamuk_elogio_della_solitudine_co_9_070612116.shtml
A sproposito ma non proprio.
Fabrizio de Andrè – Le storie di ieri
http://www.youtube.com/watch?v=FVFUT4M9Fyc
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