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vasilij aksenov – il biglietto stellato

6 aprile 2010 | valerio 2 commenti stampa stampa
 

Vasilij Askenov – Il biglietto stellato. Mondadori, 2009

“Andiamo al caffè” propone Dimka.
“Al caffè!?” fa Jurka, con un fischio. “Io ho solo dieci rubli.”
“Anch’io oggi sono a corto” dice Alik. “Ne ho dodici”.
“Io quaranta” butta lì Dimka, con noncuranza.
Sotto le finestre si svolge una scena muta.
“la mamma me ne ha dati quindici,” spiega Dimka “e venticinque… be’, venticinque li ho vinti ieri al biliardo.”
“Ma smettila” dice Jurka.
“Non ci credi? Li ho vinti a un regista.”
“Quale regista?” chiede Alik, meravigliato. Lui fa sempre la comparsa nelle scene di massa agli studi della Mosfilm, sta scrivendo una sceneggiatura ed è solito dire: “Da noi, nel mondo del cinema…”.
“Un regista giovane” dice tranquillo Dimka. “Il cognome l’ho dimenticato.”
Mi affaccio alla finestra.
“Buonasera,
gentleman! Dove andate? A ballare o a giocare a biliardo?”

1961, Mosca. Stalin è morto da otto anni.
2010, Cosenza, Chi cazzo è Stalin?.
Giro nella libreria senza un’idea in tasca su cosa voglio comprare, come sempre aggiungo. Vedo lo sconto del 25% sulla Mondadori, quasi una buona giustificazione per comprarmi qualcosa da un editore che non prendo per nulla a genio.  Vasilij Aksenov, “Il biglietto stellato”. La copertina è davvero bella. Mi dico che potrebbe essere importante per il mio “grande piano mentale dell’anno in corso”, assaggiare un po’ di sapori della vecchia Urss. D’altronde sono nato nel 1985, in mezzo ad un’epoca già finita da un pezzo. Mi dico che non ne capisco un cazzo ancora, dopo aver letto Nikolai Lilin ed essermi spolpato una quantità indecifrabile di novellistica e romanzi russi qualcosa la dovrò pure captare. E invece no, niente mi dice niente. Ho trovato la giustificazione per comprare questo libro.
“Finito di stampare nell’ottobre 2009”, se uno si facesse ingannare da questi piccoli indizi direbbe che l’esule Aksenov è un osso duro, in realtà no, è morto il sei luglio del 2009. Mi chiedo chi cazzo sono gli impiegati costretti a infilare note biografiche clamorosamente sbagliate.
Tre ragazzini diciassettenni pianificano la loro fuga da Mosca verso Tallin e poi Leningrado. Mosca è la detestabile ortodossia che muore. Il sottofondo della storia è il jazz radicale, un po’ di charleston, tante figure borghesi e attori in disuso che con charme conquistano i primi amori dei ragazzi, li strappano di mano nelle feste nei ristoranti di Tallin. Intorno c’è di tutto, il fratello del piccolo Dimka, il nostro protagonista principale, quello a cui ti affezioni a morte perché è guardarsi attraverso lo specchio dell’insofferenza borghese. Quello di buona famiglia che si fa prendere per i fondelli in una giocata a poker con un borghesuccio sovietico, si fa fregare la ragazza ingenua (e un po’ cretina aggiungerei), la Galja amica d’infanzia che scappa con loro e poi decide di fare la dama con un attore conosciuto una sera soltanto. Dimka è pietra ed istinto, trasformato a sprazzi in curioso esploratore d’amore, ragazzo di buona famiglia e straordinario pianificatore di sogni. Il ragazzo di pietra che se ne sbatte dell’aver concluso gli studi con sufficienza, che se ne strasbatte dell’ammissione in una grande università sovietica, se ne frega altamente della “vecchia cavalla asmatica” della signora El’va, amministratrice del suo palazzo, la residenza “Barcellona”, che rompe le scatole quando dalla finestra parte a ritmo sostenuto il jazz da ballare sotto la luce dei lampioni nel cortile comune. La fuga è bella, su quelle spiagge, sognando i Kolchoz di pescatori di Leningrado da raggiungere quando saranno finiti i soldi a Tallin. E in mezzo dialoghi, surreali, scomposti e a volte ingenui. Pieni di parole (nel testo tradotto lasciate così come sono) in inglese, la lingua dei nemici del popolo. Insomma i primi vagiti dell’insofferenza scritti con dolcezza e poca cattiveria, con gli occhi di tre ragazzi che leggono Hemingway in spiaggia, citano Esenin, compongono poesie e racconti, vogliono la grande arte. Sanno che la conoscenza può salvarli, ma è quella che conquisti per strada, leggendo giornali in estone, pensando a Mosca e ai suoi quartieri, le giostre e le auto nuove di zecca che corrono sui viali.
Bello si, a tratti ti incazzi perché anche se sei fatto grandicello quelle emozioni te le porti ancora appresso, quelle estati in spiaggia passate a raccattare birra e a decidere come mangiare perché di altro non ne vuoi sapere. Il romanzo fu scritto a puntate su “Junost’” (Giovinezza), diventò clamorosamente il manifesto di una generazione nuova, best seller ed esilio. Il finale ve lo risparmi alla grande, vi lascerà con un nodo in gola. Il governo sovietico di certo non ha amato quel libro, ma non è per questo che andrebbe letto. Costa otto euro e cinquanta per 198 pagine scritte neanche tanto fitte. Forse in qualche parte vi verrà il nervoso, perché a tratti Vasilij Aksenov calca un po’ la mano e fa perdere il ritmo velocissimo della scrittura, ma insomma anche una straordinaria partita di calcio ha i suoi momenti morti, e di certo non sono quelli che dovrebbero spaventarci.

Valerio Panettieri

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2 commenti »

  • denise il 16 maggio 2010 alle 19:02 ha scritto:

    Bellissima recensione! Sono felicissima che questo libro riesca a far innamorare anche qualcuno “a digiuno”, per sua stessa ammissione, di Unione Sovietica! Comunque, il libro è uscito a febbraio quando Vasilij Pavlovich Aksenov non se n’era ancora andato. “Finito di stampare nell’ottobre 2009″ indica che trattasi di ristampa. E per rendere ancora più bella questa recensione ti chiederei di segnare il nome del traduttore. Grazie mille!

  • denise il 27 maggio 2010 alle 15:47 ha scritto:

    Aggiungo: “Finito di stampare nell’ottobre 2009″ è una dicitura che non è presente sugli Oscar. C’è qualcosa che non mi torna. Dovrebbe esserci un copyright e quello mi risulta essere febbraio 2009, almeno sulla mia copia. Potresti precisare? A questo punto sono curiosa…

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