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La
nave di assistenza umanitaria Cap Anamur ha tratto in
salvo lo scorso fine settimana un gommone carico di
profughi a rischio di naufragio. A bordo si trovavano 37
persone. Il gommone, completamente stipato di profughi,
aveva subito un'avaria al motore ed era alla deriva tra
la costa libica e l'isola di Lampedusa. Elias Bierdel,
direttore di Cap Anamur, si trova nel nostro studio.
Cos'è
successo di preciso?
Eravamo
in viaggio di prova con la nave dopo un intervento di
riparazione del motore che avevamo fatto fare a Malta.
Ci siamo diretti verso sud (bisogna fare determinati
test dopo avere riparato il motore principale) e ci
siamo imbattuti in questa imbarcazione in mare aperto.
Ma bisogna dire che questo è un tratto di mare nel
quale cose del genere succedono abbastanza spesso.
Diciamo la verità: le probabilità di scorgere un
gommone in mare aperto, un minuscolo gommone stipato di
profughi, sono di uno a centomila.
Come
si è svolto il salvataggio?
Dopo
avere avvistato questo minuscolo gommone, li abbiamo
affiancati e abbiamo visto che l'imbarcazione non era in
alcun modo in grado di andare per mare, il motore era in
panne, una delle camere d'aria era già mezza sgonfia,
insomma, c'erano persone in pericolo di vita, e queste
persone ci facevano grandi gesti, e sono state
naturalmente ben liete di salire a bordo. Le abbiamo
assistite, alcune sentivano freddo, e abbiamo dato loro
dei medicinali, ove necessario, ma per lo più si sono
riprese velocemente dopo essere state rifocillate. Erano
rimaste anche senz'acqua. Questa è una cosa che si
dovrebbe sapere. Molte persone, in tali situazioni, non
muoiono affogate ma disidratate in mezzo al mare.
Cosa
avete saputo sui profughi?
Abbiamo
ovviamente cercato di sapere da dove venissero
esattamente e dove stessero andando. Ma non è facile.
È evidente che provengono dall'Africa centrale ma non
è ancora del tutto chiaro. Solo alcuni sanno qualche
parola di inglese. Noi cerchiamo adesso di organizzare
degli interpreti, in parte anche telefonando da qui in
Germania a persone che parlano dialetti diversi, per
scoprire da dove vengano. Non è ancora del tutto
chiaro. Sembra proprio che alcuni vengano dalla zona del
Sudan, ma diciamolo col beneficio del dubbio, perché
non possiamo ancora stabilirlo in modo inequivocabile.
La prima cosa da fare era trarli in salvo, perché è
chiaro che abbiamo a che fare con un fenomeno che è
ampiamente diffuso in questa regione. Ricordiamo le
immagini orrende dell'anno scorso, che sono arrivate
proprio da questo tratto di mare, di persone che hanno
raggiunto il suolo europeo solo quando erano ormai mezze
morte o già cadaveri.
Quella
dell'anno scorso è stata una delle più grandi ondate
di profughi. Si pensa che qualcosa del genere possa
succedere anche quest'anno?
Abbiamo
effettivamente l'impressione che stia per verificarsi.
Lo dicono anche osservatori del posto. Solo a Lampedusa,
solo in questo fine settimana, nella giornata di
domenica, sono arrivate sull'isola 135 persone; il
giorno dopo, cioè ieri, mentre noi salvavamo 37 persone
in pericolo, la guardia costiera italiana rendeva noto
che altre 200 persone, che si trovavano a bordo di due
barche di legno, erano state tratte in salvo poche
miglia più a nord. Si può quindi senz'altro ritenere
che il fenomeno stia riprendendo nuovamente, e questo
significa la ripresa di qualcosa a cui assistiamo ormai
da anni. Una tragedia del mare alle frontiere esterne
dell'Unione europea, che in tutti questi anni tante
persone - si parla ufficialmente di 3-4000 - stanno
pagando con la vita, in qualche punto sperduto del mare
ai confini dell'Europa.
Che
esperienze avete fatto con le autorità italiane?
Finora
ben poche. Del resto ci siamo venuti a trovare in questa
situazione senza averla cercata. Diciamo che noi
osserviamo in che misura il Mediterraneo, questa zona di
confine, sia militarizzato. Questo ci ha certamente
colpito. Bisogna rendersi conto del fatto che qui sono
impegnate intere flotte, tra l'altro anche con
l'appoggio della Nato, e anche con partecipazione
tedesca. Il loro compito è evidentemente - e anche
dichiaratamente - impedire le migrazioni illegali via
mare, e a questo punto viene da chiedersi con quali
metodi le marine militari intendano fare ciò. Cercano
di intercettare le barche, di fermarle e di imporre loro
di tornare indietro. Se adesso proviamo a pensare che
questo gommoncino che abbiamo incontrato avrebbe potuto
essere ribaltato, o si sarebbe potuto cercare di farlo
tornare indietro, dobbiamo ben preoccuparci di quanto
sta succedendo da queste parti. A prescindere dal fatto
che, secondo il diritto internazionale, un'imbarcazione
in mare aperto, dunque in acque extraterritoriali, non
può essere toccata da nessuno, tanto meno costretta a
tornare indietro. Ma abbiamo ragione di credere, di
temere, che qui accadano cose che non sono in sintonia
con le norme del diritto internazionale.
Quali
alternative politiche sostiene Cap Anamur?
Nessuna.
Noi non siamo un'organizzazione politica. Assolutamente
no. Noi viaggiamo a scopo umanitario, nella fattispecie
abbiamo una nostra nave di assistenza e soccorso, e
quindi se incontriamo persone che sono in pericolo in
alto mare è del tutto ovvio, anche in considerazione
della nostra storia particolare, che le dobbiamo
aiutare. Questo è chiaro, le prendiamo a bordo,
cerchiamo di assisterle e naturalmente anche di condurle
nel porto più vicino, questo corrisponde alla prassi in
acque internazionali. Ma ci rendiamo conto che ciò
potrebbe anche provocare conflitti con le autorità
nazionali, che potrebbero non volere che queste persone
arrivino da loro. Staremo a vedere fino a che punto
potremo garantire protezione alle persone che abbiamo
salvato da un immediato pericolo di vita.
Ma
generalmente intercorrono colloqui tra le organizzazioni
umanitarie, da un lato, e i governi e i ministeri degli
esteri interessati, dall'altro. Si delineano dei
progressi per quanto riguarda questo tipo di soccorso?
Per
come la vediamo noi, questa politica di chiusura totale
della fortezza Europa nei confronti di chiunque voglia
venire da fuori - e non ci sono quasi più vie legali
per entrare in Europa - è una politica che esige un
prezzo alto, il prezzo di centinaia e migliaia di
persone che perdono la vita ai confini esterni
dell'Unione Europea, tra l'altro non solo in mare ma
anche sulla terraferma; e credo proprio che l'Europa
debba riflettere seriamente se si debba veramente pagare
tale prezzo, se tutti noi vogliamo considerare normale
il fatto che là fuori si continua a morire, perché noi
semplicemente chiudiamo la porta. Questa è una
questione politica che merita una risposta politica, e
non è compito nostro darla. Intanto però ci troviamo
in una zona nella quale è evidente che tante persone si
trovano in condizione di emergenza, e noi cerchiamo di
aiutarle. Anche in questo momento la nave è impegnata
in operazioni di salvataggio, abbiamo ricevuto una
chiamata d'emergenza, in questo momento stiamo cercando
di aiutare altre persone.
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