"TUTTI VINCITORI PER VINCERE"

«Non abbiate paura». L'esponente del Prc interpreta il senso della sua sfida alla primarie e contro Fitto: una battaglia che ha prevalso contro «la nomenclatura» del centrosinistra attivando tutte le forze civili e sociali della Puglia

di: Cosimo Rossi

«Ho vinto io. Questo è stato il fatto imprevedibile, sorprendente...», confida con quel che gli resta della voce consumata dal dover rispondere a ogni sorta d'incredulità. Ma per Nichi Vendola le primarie in Puglia rappresentano una straordinaria novità politica in sé, perché sanciscono «un cambio di paradigma rispetto all'idea che per far stare in piedi una coalizione si debba imporre a uno di fare un passo indietro invece di farne tutti uno in avanti». E sulla base di questo il deputato di Rifondazione si sente pronto a sfidare il governatore Raffaele Fitto: «Io voglio vincere - dice - Presentandomi come sono sempre stato».

Dì la verità: non ci credevi neppure tu che avresti vinto...

Io puntavo a realizzare un risultato politico che per me era fondamentale: schiacciare la nomenclatura del centrosinistra nei suoi giochi e aprire grande confronto tra la nostra coalizione e le spinte vitali che hanno attraversato tutto il Mezzogiorno d'Italia in questi anni. Noi possiamo vincere non se individuiamo l'ideal-tipo di antiberlusconiano, che in questo caso avrebbe dovuto essere l'anti-Fitto, ma se rendiamo protagonismo a quel nuovo popolo meridionale che ha costruito le battaglie straordinarie di Melfi, di Scanzano, di Terlizzi; che ha scoperto a partire dal microcosmo di tante vertenze territoriali il cielo più alto e grande della lotta pacifista; che ha saputo intrecciare la riemersione del conflitto di classe alle nuove domande di libertà che covano sotto tutta la pelle della società meridionale...

...e che sorprendentemente si è rivelato prevalente dentro il centrosinistra pugliese.

Io ho vinto. Questo è stato il fattore imponderabile: imprevedibile e sorprendente. Evidentemente una certa idea di radicalità, quando non è l'avvitamento ossessivo sulle proprie prerogative ideologiche, ma quando è il radicamento e insieme - prendo a prestito le parole di Davide Lajolo - il guardare il mondo dalla parte delle radici, quando è figlia di una forte connessione sentimentale con la propria gente, quella radicalità può essere prevalente e non testimonianza.

Non sarebbe stata testimonianza nemmeno se adesso Francesco Boccia fosse al tuo posto. Una delle lezioni di queste primarie è che, anche a parti invertite, lui non avrebbe potuto prescindere da te, come tu ora non può prescindere da lui...

Assolutamente no. Essenziale per tutti noi è che si muti paradigma: per far stare in piedi la coalizione, invece di imporre un passo indietro a qualcuno, si può immaginare che ciascuno faccia un passo avanti. E che si possa archiviare la cattiva tentazione a considerare automatico il ricorso alla fonte riformista per innaffiare le funzioni di governo, delegando ai radicali la rappresentanza delle emozioni e delle passioni.

Messa così si potrebbe dire che attraverso le primarie hai dato rappresentanza a ciò che sei ma anche molto di ciò che non sei. Ma c'è anche chi nel centrosinistra pensa che si tratti di un altro passo verso la personalizzazione, l'americanizzazione...

Facciamo troppa fatica a liberarci da pregiudizi. C'è un trionfo di sciocchezzaio su queste vicende. Quelle obiezioni sono frutto di un'ipocrisia e di un pregiudizio. Ipocrisia, perché non mi pare che se poi il candidato viene selezionato dai vertici dei partiti questo segni un punto a vantaggio di un'idea rovesciata rispetto alla deriva neoamericana. Pregiudizio, perché vorrei invitare tutti coloro che coltivano riserve mentali a indagare questo straordinario evento che si è prodotto nel giro di due mesi: che ha sottratto completamente la scena alla destra e a Fitto, che ha innescato una vera e propria gara di idee all'interno del centrosinistra. E in qualche maniera ha indicato che un'alleanza democratica è grande non solo perché costruisce la formula magica dell'unità dei partiti, ma perché si schiude la vento dei nuovi movimenti, dei nuovi bisogni, dei desideri di fuga che hanno trovato soprattutto al sud espressioni di straordinaria vitalità. Non vorrei dimenticassero che il sud è anche la Cosenza che si ribella all'arresto dei no global o la Bari che abbraccia il Gay pride segnando in quel giorno la crisi più verticale della capacità di egemonia delle destre nella loro città laboratorio.

Fatto sta che i partiti sono in fibrillazione per il tuo risultato: si sentono sfuggire una prerogativa di selezione delle classe dirigente...

Se posso fare un paragone assolutamente irriguardoso, vorrei usare le parole di Giovanni Paolo II quando si affacciò sulle società ibernate dell'est europeo: non abbiate paura. Vorrei dire al centrosinistra che non bisogna vere paura di innovare profondamente, di scommettere nella propria gente, di immettere nel circuito della politica la linfa vitale dei nuovi alfabeti che vengono dalle storie del femminismo, del pacifismo, dell'ecologismo; delle contestazioni giovanili, del nuovo conflitto di classe, del radicalismo cristiano...

E' un catalogo che da solo, e insieme al tuo risultato, dice anche che a sinistra i confini dell'identità non sono più univoci...

Io sto dicendo che è finita l'epoca della realpolitik che propone l'orizzonte mediocre del ricambio dei ceti dirigenti, che non è in grado di disegnare un orizzonte di alternativa che possa mordere nella polpa della precarietà esistenziali, delle mille solitudini che sono l'effetto più importante delle politiche liberiste. C'è uno Tsunami che è sociale, politico, culturale: si chiama guerra infinita e liberismo. Il centrosinistra deve sentirsi parte di un disegno planetario di rifondazione di un processo di incivilimento per contrastare la deriva intrecciata di guerra e liberismo. Ed è un orizzonte che ha ricadute anche sui territori.

Quello pugliese, ad esempio....

Io sogno una Puglia che blocchi i processi militarizzazione, che sappia interdire le presenze di testate nucleari sul proprio suolo, che sappia rendersi laboratorio di politiche attive della cooperazione e della pace. Appunto, una Puglia arca di pace, perché la pace è anche il nome di un nuovo modello di sviluppo. Sogno una Puglia senza cpt, che sappia rinnovare le più antiche tradizioni di accoglienza degli stranieri. La Puglia crocevia del nord e del sud del mondo, avamposto di cordialità nel cuore del Mediterraneo, porta aperta agli scambi commerciali e culturali verso l'oriente. Insomma: l'alternativa è quella che parla della vita quotidiana e che solleva gli occhi al di là degli orizzonti angusti dell'amministrazione dell'esistente. E' quella che coltiva i pensieri lunghi di cui parlava Berlinguer. Se la politica non si pone a questa altezza, se la sinistra non si rifonda con queste ambizioni, allora la partita è persa in partenza.

Invece tu adesso credi che vincere si può.

Io voglio vincere. Presentandomi come sono sempre stato, non mimetizzandomi in una risistemazione estetica che cambi il segno prevalente della mia pratica politica. Sono quello che alle sei del mattino trovi davanti ai cancelli dell'Ilva per l'entrata del primo turno e alle 12 nel carcere di Bari, che attraversa le periferie sociali e urbane e non aspetta che una bimba muoia di fame per scoprire la geografia di un dolore sociale che spesso tutta la politica tende a ignorare e rimuovere. Penso di vincere non perché sono in grado di mettere in campo una grande flotta di potentati e di lobby da contrapporre all'invincibile armata di Fitto, ma perché mi ritengo capace di mettere la mia passione corsara per affondare la nave ammiraglia della destra meridionale.

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